Intervista a Luca Gemma

(Luca Gemma)

Disturbo Luca Gemma a casa di amici. Qualcuno direbbe di sabato pomeriggio, io preferisco pensare in un sabato qualunque. Come prima cosa, sono d’obbligo i complimenti (anche) per questo disco. L’intervista inizia proprio così…

Credo che questo disco sia diverso dagli altri, forse anche più bello. E ai primi ascolti, oltre a piacermi di più, sembra abbia un suono più internazionale…
Bene, son contento, perchè l’ho fatto con quell’intenzione lì. Ha un suono un po’ diverso dal resto.

Infatti. Mentre i primi due dischi si potevano definire senza problemi di “musica italiana”, per quanto riguarda Folkadelic potrebbe benissimo essere un disco straniero distribuito in Italia.
Grazie. Concordo (ridiamo).

La prima domanda che vorrei farti è sulla copertina. Quando l’ho vista la prima volta, mi è venuto in mente subito Lucio Battisti, quello di Amore non amore e di Anima Latina. E’ una mia interpretazione errata?
Bravo. La seconda che hai detto è stata fonte di ispirazione. Decisamente. A parte che quel disco è uno dei miei preferiti. Di Battisti mi piace più il lato un po’ psichedelico. E poi ho quel vinile, con questa copertina gigante che si apre, con dentro le due facciate e questa foto dei bambini con gli strumenti. Si, assolutamente è stato una fonte di ispirazione. E poi, il posto dov’ero si trova in campagna, dove abitano i miei. Le foto le ho fatte fare a mio padre, quindi, la situazione era agreste per davvero.

Ipotizzavo che il fotografo fosse tuo padre, visto che leggendo nei crediti “Foto di Mario Gemma” mi è tornato in mente l’inizio del singolo LUCA (“Luca, figlio di Mario”).
E quindi l’hai collegato… (sorride).

Il 4 Febbraio hai presentato alla Fnac di Milano il disco. Poi, come si strutturerai la promozione?
Attendo che il disco si senta un po’ di più in giro, per poi organizzare qualcosa anche fuori dalla mia città. A Milano la presentazione sarà effettuata con la band, mentre quelle fuori saranno fatte in acustico, da solo.

Nei testi che scrivi, credo ci sia molto della vita non solo tua, ma anche degli altri. Ad esempio, io mi sono ritrovato del tutto in canzoni come “Pesci” o “Verresti a sopravvivere con me?”. “Pesci”, un po’ è come se l’avessi scritta io. C’è un mio amico che invece ricorda la frase di “Qui” (delle case che ho abitato io ricordo la cucina). I testi che scrivi quindi, sono un modo per esprimere delle sensazioni e dei contenuti o accompagnano solo la musica rifacendosi comunque alla tua vita privata?
I testi sono importantissimi, sono una parte su cui lavoro veramente tantissimo. E’ la fase successiva alla composizione. Nel senso che prima nasce la musica e poi il testo. Da una parte mi interessa molto proprio il lato sonoro delle parole. E’ quindi per questo che non parto quasi mai da una frase scritta per poi ritrovarla in musica, perchè penso sia la musica a spingermi verso la stesura. E crea anche dei paletti, per cercare le parole giuste. Lavoro molto anche sul suono delle parole e su come suonano cantate da me. Quindi, è qualcosa che va oltre il significato letterario. Dopodichè, pur sentendomi un po’ anomalo come cantautore, ci tengo molto e voglio che siano parole che raccontino abbastanza profondamente quella che è la mia vita e quella degli altri, perchè mi interessa molto anche osservare la vita degli altri. Non sono così autoreferenziale, per cui è chiaro che il testo passa da me a livello di immagine, di sensazione, però poi mi spingo a guardare intorno. Diciamo che è un modo un po’ fotografico quello che uso.

Ricordo nei primi anni novanta il fermento musicale milanese, con gruppi come Afterhours, Casino Royale (che in qualche modo ci sono ancora) e anche i tuoi Rossomaltese. Da quell’epoca a oggi, come sono cambiate le cose, a livello musicale?
Sono oramai passati diciassette anni da quando ho iniziato a suonare con i Rossomaltese. Dal punto di vista musicale, a parte ovviamente i necessari cambiamenti e le necessarie evoluzioni, Milano e l’ambiente musicale sono cambiati molto. Ricordo che all’epoca, nel corso degli anni novanta, c’era un’atmosfera – per quanto embrionale – molto molto effervescente; e non solo a Milano. C’era un moltiplicarsi di occasioni, di festival, di locali in cui poter suonare dal vivo. Adesso la situazione è abbastanza triste. Una volta chiuso il Tunnel (nel 2002: ci suonarono tra gli altri Skunk Anansie, 99 Posse, Marlene Kuntz, Cardigans, Capossela e Afterhours – nda), che è stato un punto di riferimento molto importante in quegli anni per sentire bella musica sia italiana che internazionale, e da quando anche i centri sociali hanno smesso di essere attivi, non ci sono posti per fare musica. O meglio, ce ne sono veramente pochi, saranno tre o quattro. Che per una città come Milano è veramente ridicolo. A Berlino ci sono 150 posti dove fare musica, a Milano ce ne sono cinque, questa è la differenza sostanziale.

Attualmente, nel panorama musicale italiano, cosa ti piace?
Devo dire che, soprattutto negli ultimi anni, ascolto molte più cose straniere che non italiane. Ho una grande passione personale per Bobo Rondelli, che ritengo veramente uno dei più bravi della mia generazione, un’artista pieno di autenticità e di cose da dire. Anche l’ultimo disco “Per amor del cielo” lo trovo molto ispirato, molto bello.

Concordo, davvero un bel disco. Tra l’altro, davo per scontato che vincesse il Premio Tenco come miglior album, invece ha vinto “Luna persa” di Max Manfredi, comunque un altro bel disco.
Il disco di Manfredi non lo conosco, quindi non saprei dire. Quello di Bobo mi sembrava anche molto adatto al Tenco. Perchè lui ha questa chiave molto tradizionale, molto anni sessanta, da cantautore classico. E’ sicuramente uno di quelli che preferisco. Poi ce ne sono sicuramente altri. Capossela è uno che fa sempre cose di livello. Anche Manuel con gli Afterhours è uno che stimo proprio a livello di scrittura dei brani. Passando ai cantautori più “vecchi”, ho una passione piuttosto duratura per De Gregori; mi piace sempre il suo modo di scrivere, anche se in questo periodo è un po’ sottotraccia. Però è sempre una scrittura di altissimo livello e tuttora mi piace ascoltarlo.

Tornando al disco, ipotizzo che, al momento di scegliere, le canzoni fossero più di undici. E’ così?
Si, c’erano parecchi pezzi in più…

E quelli che non sono entrati in Folkadelic, un giorno si sentiranno o saranno del tutto accantonati?
Adesso li sto raccogliendo, per non disperderli. Credo che qualcosa sicuramente si potrà recuperare. Alcune canzoni sono state tolte a ragione, in quanto inferiori, non aggiungevano nulla al disco. Però tre o quattro cose, risentite a distanza, credo che siano uscite veramente bene. Per cui penso che in qualche modo usciranno, anche se ora non so di preciso in che modo.

Nella canzone “Un bambino”, ho notato che la voce del bimbo è di Gabriele Gemma; per caso è tuo figlio?
Si, è mio figlio. Che tra l’altro è anche uno dei due in copertina. L’ho portato in studio, così inizio a inserirlo nelle registrazioni, visto che gli piace.

L’ultima cosa che vorrei sapere, riguarda una recensione che avevo letto del tuo disco precedente “Tecniche di illuminazione” e che non ho condiviso in nulla. Ti avevano paragonato a Pacifico, ipotizzo esclusivamente perchè avete suonato insieme nei Rossomaltese, a Mario Venuti e addirittura a Mango, specificando però “senza troppi vocalizzi”.
Si, me la ricordo questa cosa.

Ecco, pensi ci possano essere gli estremi per sporgere una denuncia per diffamazione? (scherzando) (ridiamo)
In effetti si è liberi di scrivere quello che si vuole, alla fine sono opinioni e bisogna prenderle per quelle che sono. Ho stima sia delle cose che fa Pacifico sia di quelle che fa Mario Venuti. Però la penso come te. Credo che il mio accostamento a Pacifico lo usino solamente perchè abbiamo suonato tanti anni insieme e lui adesso è un nome piuttosto noto, così lo si butta lì, facendo uno più uno. Penso che ovviamente ci siano diverse affinità. Avendo lavorato insieme tanti anni, ci sono molti gusti in comune. Però mi sembra che i nostri dischi suonino in maniera proprio diversa. E’ una forma di superficialità, di pigrizia mentale fare certi accostamenti, un modo per risolvere in fretta la faccenda.

L’intervista si chiude qui. Dimentico di fargli una domanda, la stessa che dà il titolo all’ultima canzone: “Sei felice?”. Ma già lo so, Luca avrebbe risposto: “Penso di sì. E poi penso chissà”…


(Pubblicata su Ondalternativa)

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