Intervista a Guido Maria Grillo

Cerchiamo di capire: chi è Guido Maria Grillo?
Un cumulo indistinto di inadeguatezze, debolezze e malinconia, senz’altro un amante viscerale di melodia, emozioni in musica, poesia, pelle d’oca da ascolto.

Hai aperto concerti di Franco Battiato, Meg, Francesco Renga (per citarne alcuni). Cosa ti hanno dato (ammesso che qualcosa ti abbiano “trasmesso”)?
Suonare al fianco di chi ha raggiunto esattamente ciò che si sogna di raggiungere, non la fama ma la possibilità di dedicare tutto il proprio tempo all’espressione artistica, raccogliendone risultati, è uno stimolo accattivante. Tuttavia non vivo la musica come agonistica e affannosa ricerca di un traguardo, mi accontento di lasciare che sia uno sfogo catartico. Il disco ne è una dimostrazione, tutt’altro che “studiato”, quasi un diario intimo e, pertanto, assolutamente spontaneo.

Com’è nato MATERIAoff?
MATERIAoff è un figlio, una creatura in cui ho messo tutti i miei bisogni, le mie passioni, la rigidità delle mie convinzioni, tutto quello che avrei voluto trovare ma che, alla fine, ho dovuto creare. Ho una formazione da organizzatore di eventi artistico-culturali e intorno ad essa ho costruito delle pareti. E’ un piccolo mondo fatto di arte, talento, un crocevia di artisti di ogni tipo e generazione, un ambiente sano, fatto di scambio e “mutuo soccorso”. Devo dire che questo, dagli artisti che ne hanno calpestato il palco, è stato colto. Gli oltre 120 spettacoli a stagione ne sono dimostrazione.

Come nascono le tue canzoni e che rapporto hai con le parole dei tuoi brani?
Le canzoni nascono spontaneamente, qualche volta sull’onda dell’entusiasmo che l’ascolto di un disco ha generato (è accaduto con dischi di Anthony, DM Stith, Lhasa ed altri), spesso intorno ad una pagina di diario, qualche volta camminando. Mi aiuta certamente il fatto di essere un divoratore di musica, una spugna, la mia invincibile attrazione per le novità. Le parole sono espressione di pura sincerità, una sorta di accordo musicale composto da senso e suono.

L’esperienza teatrale ha cambiato qualcosa nel tuo approccio alla costruzione di un brano?
Il teatro contemporaneo mi ha aperto un mondo. E’ stata una scoperta recente, nelle mie terre natie ha scarsa diffusione (parlo, ovviamente, del teatro di ricerca, della sperimentazione). E’ stato un amore fulminante. Autori come Del Bono, Latella, Pirrotta,  Nekrosius, un certo tipo di teatro di figura, rappresentano un ineguagliabile stimolo alla creatività. Il teatro, poi, mi ha aiutato a scrivere brani che non avessero una struttura precostituita, che non subissero la frustrazione di dover avere la tradizionale forma canzone, in barba a strofe, ponti, ritornelli ecc. solo in questo modo si possono musicare intime pagine di un diario, come il disco testimonia.

Le atmosfere di questo disco sono ombrose ma non cupe, trasognate ma non opprimenti. Avevi un’idea precisa del “mood” che volevi si percepisse dall’ascolto di queste canzoni?
Sì, i brani erano pressappoco così già nella mia testa. Non ho mai pensato alla percezione dell’ascolto, solo e soltanto al fatto che indossassero gli abiti adeguati. La loro scrittura, i suoni, gli arrangiamenti, sono il frutto della medesima spontaneità. Le ombre del disco sono le ombre dell’animo da cui sgorga, non c’è distinzione né separazione, è probabilmente quella la sua forza. E’ un album fatto di malinconia, dolore, incredulità di fronte all’ineluttabile, di solitudine. Non c’è niente di cupo nel raccontare in musica e parole queste condizioni, le ombre sono il loro habitat naturale… e il mio.

Credo che i giovani di ieri, artisticamente parlando, avessero un forte punto di riferimento culturale in Fabrizio De André. Così come anche nella vecchia produzione di Guccini o De Gregori. Oggi, come pensi sia messa questo tipo di scena “d’autore” italiana?
Penso che il cantautore debba percorrere strade differenti da quelle del cantastorie. Vedi, io credo in una profonda, abissale, distanza tra Guccini e De Andrè, per restare sui nomi da te citati. Guccini è nella sfera dei cantastorie, di chi racconta, poggiando un testo, in metrica o no, su uno strumento e un’armonia, storie di uomini e cose. De Andrè ha condotto quest’attitudine verso altri lidi, ha evoluto le sue origini, ha sperimentato con la musica, si è avvalso di collaboratori per ampliare i confini della sua espressione, ha fuso insieme la poesia, il blues, il rock, la musica classica, la worldmusic. Il cantautore, oggi più di ieri, deve imparare dal tempo e col tempo, arricchirsi, guardarsi intorno, mostrare nuovi orizzonti al pari di qualsiasi altro compositore e musicista. Solo in questo modo può essere un modello. Se resta su “temi” tradizionali, tanto vale ascoltare l’originale! Io lavoro con la musica quotidianamente, l’Italia ha molte cose da dire sulla questione, ci sono dei talenti, ciò che manca è la loro valorizzazione, ma si dovrebbe partire dall’ “educazione” del pubbico. E’ un discorso lungo e sofferto.

Edgar Lee Masters diceva che a trionfare sulla vita è soltanto chi è capace di amore; in questo periodo, credo si faccia molta confusione sull’argomento. Tu cosa ne pensi?
Domanda difficile, dal momento che l’oggetto in discussione è un illustre sconosciuto. Ci sono infiniti amori possibili e ognuno di questi, nel tempo, può assumere infinite forme possibili. E l’infinità dei significati può equivalere alla vuotezza di senso. Purtroppo, per giunta, siamo circondati da gente che trionfa anche con l’odio, e nella sfera dell’odio riconduce il disprezzo per il prossimo, l’arroganza del potere, l’egoismo. Nel nostro piccolo, nelle segrete stanze, se capaci di amore possiamo essere meno soli e più in pace con noi stessi. Se facciamo i conti con il resto del mondo, quello che abbiamo dietro la porta di casa, il positivismo e l’ottimismo di Masters, sbiadiscono e mi fanno sorridere amaramente.

La tua voce, delicata e suadente, può spesso evocare la personalità di Jeff Buckley. Quanto trovi di te nell’accostamento con il compianto artista americano?
Ho amato e amo quella voce, quella genialità, quella personalità. Non credo, tuttavia, ci siano grandi similarità (sigh!), il caro Jeff era dotato in ben altra maniera. Mi lusinga.

Vieni paragonato a De André. Quanto ti riconosci in questo e quanto ti senti originale rispetto a questo?
Stiamo entrando nel mondo dell’inverosimile, che a volte confina con quello dello sbeffeggiamento! E’ stato uno dei maggiori poeti del novecento, una capacità espressiva e dialettica fuori dal comune, una sensibilità impareggiabile, un’intelligenza di qualche tacca superiore alla media. In tutti i sensi, sotto qualsiasi prospettiva lo si guardi, abbiamo conosciuto qualcuno e qualcosa di incredibilmente altro rispetto a ciò a cui siamo abituati. Dovremmo studiarne il pensiero, l’opera, la vita, capiremmo di trovarci di fronte ad una figura straordinaria.

(Pubblicata su Bravo!)

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