Zibba & Almalibre: Una cura per il freddo

(2010)

(2010)

Una cura per il freddo, oltre a essere il terzo disco del ligure Zibba e dei suoi Almalibre, è anche quello d’esordio della neonata etichetta discografica Volume! Records (edito da Universal e Cramps). A sceglierlo con calma, non potevano certo trovare un lavoro migliore per questa loro nuova avventura. Per chi non avesse mai sentito parlare di Zibba (e degli Almalibre), basterà sapere che ha aperto i concerti di artisti come Goran Bregovic, Davide Van De Sfroos, Bandabardò, Africa Unite (ma l’elenco è molto più lungo) e che nel 2004, forte dell’esordio con il disco “L’ultimo giorno”, suonò al concerto del Primo Maggio.

Questo album è stato registrato nel Teatro di Sassello ed è nato “lungo la strada”: in una villa toscana, a Parigi, Roma (“Tutto è casa mia”) e Dublino (“Quattro notti”). E dopo tutto questo viaggiare, riesce a entrare in modo prepotente nella mente, nelle case delle persone, a riprendere quel posto che forse già era suo. L’ufficio stampa fa sapere che “un cappello, un bicchiere di vino, una donna sotto le coperte e l’abbraccio di un amico”, tutti elementi presenti nei testi del disco, sono le cure per il freddo. Ma una cura per il freddo sono anche le quindici canzoni dell’album. Nel disco risulta subito evidente la fortissima influenza che su Zibba hanno avuto Tom Waits e il Vinicio Capossela degli anni novanta. Basta ascoltare, una per tutte, “La saga di Antonio”, canzone che sembra essere uscita da “Il ballo di San Vito” (o da “Mule variations”), anche grazie alla collaborazione della Banda Musicale Cardinal Caliero di Varazze. Influenza che lascia comunque Zibba percorrere la sua strada, senza diventare una brutta copia, come spesso accade. I testi sono ben scritti e piuttosto diretti. Parlano di amore, di infanzia, di quelle piccole cose che spesso si dimenticano e di altre che proprio non si riescono a mandar giù (“L’odore dei treni”, dove mi associo in quasi tutte le rimostranze, soprattutto su certe traduzioni dei traduttori italiani e dove al basso troviamo Rigo Righetti).

Musicalmente, si arriva a toccare il blues (“Dauntaun”, con Paolo Bonfanti alla chitarra e Tom Waits sulle corde), il reggae (“Una parola illumina”, in cui canta anche Raphael, già presente nel secondo disco “Senza smettere di far rumore”), il rock (“Rockenrol”) e lo swing (“Tutto è casa mia”), senza mai cadere in facili accordi o riff già sentiti. Tra le canzoni più belle del disco c’è sicuramente “Scalinata Donegato”, con il racconto (vero o inventato che sia) di alcune scene della vita di Zibba, che riesce in maniera perfetta a riportare indietro nel tempo, con l’assolo finale di violino che, a me personalmente, riporta alla Pfm dei primi anni ottanta, per intenderci quelli di “Suonare suonare” (ma anche a un Eric Clapton d’annata). Ci sono poi la canzone che apre il disco, “Mahllamore”, nella quale Zibba si racconta come un Casanova che non essendo un adone, ripiega sulla poesia, la brevissima “Ordine e gioia”, pianoforte e archi per un addio, “Una parola illumina”, in cui si cita Manuel Agnelli e il singolo “Ammami”, sospesa tra le feste in piazza, un bicchiere di karkadè e una sigaretta.

E’ un disco che illumina, un disco dove la voce di Zibba si incastra bene tra testi e musiche. La lezione di Paolo Conte e di Tom Waits è stata recepita;  e questo disco lascia pensare che adesso i tempi sono maturi per iniziare con quella di Zibba.

Tracklist:
01. Mahllamore
02. Ordine e gioia
03. Una parola, illumina
04. La saga di Antonio
05. Ammami
06. Dauntaun
07. Bon voyage
08. Scalinata donegato
09. L’odore dei treni
10. Soffia leggero
11. Rockenrol
12. Tutto è casa mia \ Soffia leggero (reprise)
13. Una parte di te
14. Quattro notti
15. Dove vanno a riposare le api

(Pubblicata su Ondalternativa)

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