Lele Battista: presenza di materia

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Sempre affascinati dal sottobosco musicale e dalla scena underground italiana (che ha più fiori di una serra), cogliamo al volo l’occasione di un nuovo disco per incontrare uno dei suoi migliori esponenti: Lele Battista. Quel Lele Battista che ha militato nei La Sintesi (tanto cari a Morgan che li produsse) e che nel 2006 ha pubblicato il suo primo disco da solista (Le ombre, ottimo lavoro tra l’altro). Esattamente quel Lele Battista che ora è tornato con un secondo album intitolato Nuove esperienze sul vuoto. Occasione ghiotta che non abbiamo perso.

A quattro anni dal precedente esce il tuo nuovo disco. Dalle ombre sei passato al vuoto. 
Diciamo che mentre quello di prima era un concept album nato dal desiderio di parlare delle ombre affrontandone il discorso sotto più aspetti possibili, in questo caso è successo il contrario. Ho scritto diciotto canzoni su cui stavo lavorando con Giorgio Mastrocola (chitarrista nei La Sintesi, nda) quando mi sono reso conto che la parola più ricorrente nei testi eravuoto; così ho cercato di capirne il motivo. E ho notato che in alcune casi non si riferiva solo a cose negative, cioè al vuoto esistenziale che ognuno di noi può sentire, ma aveva anche un’accezione positiva.

Dicci di più. 
Nel disco si parla spesso di frenesia, di vivere in una città che riempie la giornata di cose da fare anche quando non vorresti. Il vuoto è assenza di materia, e se la materia è qualcosa d’ingombrante, il vuoto è una cosa positiva. Prendersi del tempo per non fare niente, a volte è quello che ci vuole. E in questo senso, è una cosa positiva.

Così tutte queste esperienze sono finite nel titolo? 
Leggevo un libro di Pascal e nella biografia ho notato che in giovane età ha scritto Nuove esperienze sul vuoto, un libro di geometria dove il vuoto è inteso fisicamente come assenza di materia. Ho pensato subito che fosse il titolo perfetto per queste canzoni ed è stata la spinta decisiva per scegliere i brani che sono compattati da questo filo conduttore, all’inizio non voluto.

Dodici canzoni in tracklist, una su tutte? 
Portare a termine un lavoro di questo tipo è sempre molto lungo e difficile. Chiudere un disco è come chiudere un capitolo della propria vita e avere la possibilità di aprire la mente a nuove prospettive musicali. E’ quindi uno svuotamento che fa molto piacere, soprattutto in questo caso perché sono molto contento di come sono riuscite le canzoni. Forse quella a cui sono più legato è proprio Attento, che chiude l’album.

Che poi è il brano in cui compare Mauro Ermanno Giovanardi (ex LaCrus)… 
Sì. E’ un pezzo strano, sperimentale rispetto agli altri. Oltre a essere un amico, Mauro è un artista di cui sono grande fan. In questo pezzo ci siamo lasciati andare a una libertà espressiva e compositiva che mi rappresenta, perché sono sempre alla ricerca di forme musicali diverse. Già i dischi dei La Sintesi, per alcuni, risultavano poco catalogabili. Questa cosa l’ho sempre sentita come un punto di forza. L’importante è non rendere difficile all’ascoltatore l’esperienza dell’ascolto del disco.

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Da buon fan, immagino che l’idea della collaborazione con Giovanardi sia stata tua? 
Sì. Lo seguo dal primo album dei La Crus. Ci siamo conosciuti quando siamo stati compagni di etichetta in Mescal. Un paio di anni fa abbiamo ricominciato a frequentarci, collaborando al progetto degli Aria di Neve. Sul finale di Attento avevo questa parte recitata. Mi piaceva l’idea di recitare in un brano perché per me è una cosa nuova, ma allo stesso tempo ho pensato che lui potesse darle un valore aggiunto, caricarla di un’enfasi d’attore che io non sarei riuscito a dare. E sono molto contento del risultato.

E la collaborazione con Andrea Cardinale in Nutrire la mente com’è nata? 
Ci siamo trovati a una festa e abbiamo improvvisato. Così gli ho chiesto se voleva venire in studio a suonare delle parti di violino per un mio brano. Lui è un violinista virtuoso e un concertista mondiale. Ha improvvisato sul pezzo senza che l’avesse mai sentito, dandogli un’ulteriore spinta emotiva. A breve uscirà il suo disco dell’esecuzione dei ventiquattro capricci di Paganini.

Nel 2003, dopo l’uscita del secondo album, i La Sintesi si sono sciolti. Da allora a oggi cos’altro è cambiato? 
Ci sono stati molti cambiamenti. Con Le ombre volevo ritornare a un modo più intimo di scrivere. Ho tralasciato la parte più spiccatamente pop della mia composizione, venuta fuori con il gruppo. Adesso il fatto di aver chiuso questo disco mi dà la possibilità di aprire la mente a nuove sperimentazioni. Ho sempre scritto le cose più belle in questa fase di libertà, quando si scrive liberamente solo per il piacere di farlo.

Lo scorso anno Ivano Fossati ha scelto sei artisti della nuova scena italiana per rileggere la sua canzone Last minute. Tu eri tra quelli, come andò? 
L’operazione è partita dalla sua casa discografica (la Emi, nda) che gli ha proposto una serie di artisti. E’ stato un piacere e un grande onore essere finiti nel suo singolo. Così come con il tributo a Battiato, è il mio piccolo ringraziamento per un bagaglio di formazione importantissimo che mi ha lasciato. Ascolto cantautori da quando ero ragazzino e sono convinto che loro due, ancora oggi, non sbaglino mai un disco. Se non ci fosse stata quella generazione di cantautori in Italia, penso che saremmo messi molto male.

Quali sono gli ultimi due dischi che hai acquistato, ammesso che tu non li abbia scaricati? 
[sorride] Il disco solista di Jonsi, il cantante dei Sigur Ros, che è molto bello e l’ultimo degli Editors, che è fra le cose che mi piacciono di più ultimamente. Di italiani mi ha entusiasmato molto Ultime notizie di cronaca dei PGR. Lì Ferretti raggiunge dei livelli di poesia che forse non ha mai toccato; è il mio preferito da Ko de mondo (primo album dei CSI, ndr).

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A proposito di poesia, in un’intervista hai detto che “ha il potere di far avvicinare due anime distanti, portandoci in un’altra dimensione”. Tu credi che in una società come questa, che ogni giorno si scopre sempre più intollerante ed egoista, la poesia riesca ancora ad arrivare con il suo messaggio; ha ancora una funzione, diciamo, sociale? 
Penso di sì. Ha una funzione sociale più importante di quello che si crede. Spesso l’accostamento di due parole cambia anche la visione delle cose, perché ha un grande potere terapeutico ed emotivo. Anzi, il difetto della musica italiana è che negli ultimi anni, soprattutto nella discografia, si è creduto pochissimo nella poesia. Ricordo di un discografico che mi disse “per favore niente poesia”, che è paradossale. Perché alla fine delle canzoni che non sono poetiche, resta ben poco. Quando ci accorgiamo che in una canzone c’è qualcosa di sinceramente poetico, si rimane abbagliati, qualcosa resta dentro. Diciamo che questa è la mia illusione.

Quali scrittori hanno lasciato il segno in te? 
Ce ne sono parecchi: Cesare Pavese piuttosto che Tommaso Landolfi. Ultimamente mi sono appassionato a Paul Valery di cui ho preso delle frasi che sono finite nel testo di Attento.

Nel brano L’arte di annoiarsi dici “per paura di scoprirmi vuoto ho esplorato poco”. Capita anche a te di incontrare giovani senza curiosità nei confronti delle cose, della bellezza, e che si accontentano di poco proprio per non esplorare quello che li circonda?
Sì, sì. E mi chiedo se sia solo colpa loro. Purtroppo la bellezza è qualcosa che passa sempre in secondo piano per tutta una serie di ragioni, anche storiche. Sono rimasto molto colpito dal fatto che dieci anni fa, nell’ambito della discografia, l’aggettivo bello spariva dalla bocca delle persone. Si cominciava a dire che un pezzo doveva essere forte, commerciale, orecchiabile. Tutto all’infuori che bello. E questa cosa è inquietante. Non si usa più dire che una cosa è bella: quindi è normale che un ragazzino dica che quella cosa gli piace perché è emo, punk o rap. E’ forse una questione di educazione e spero che ci possa essere, per la questione dei ricorsi storici, un ritorno a un tipo diverso di educazione.

(Pubblicata su PopOn)

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