Occhio per occhio, Dente

 

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Giuseppe Peveri alias Dente, classe 76, nato a Fidenza, attuale realtà musicale di chiaro fascino e qualità. Presentazioni fatte e premessa che ben introduce a questa intervista fortemente voluta per conoscere meglio uno dei pochi artisti che in questo periodo storico è, per noi, meritevole di attenzione. In tour da molti mesi, lo raggiungiamo al telefono per una piacevole conversazione, che non delude le aspettative.

E’ da un anno e mezzo che sei in giro con un tour che sta quasi per concludersi. Come sarà il finale?
Sarà una data molto importante che vedrà la partecipazione di svariati ospiti. Ho chiamato un po’ di gente che in questi anni ho incrociato, fra cui Il Genio, i Perturbazione e Vasco Brondi. Faremo questa bella data conclusiva al Teatro Dal Verme di Milano, tra l’altro un teatro prestigioso. Le prevendite sono già aperte e vedremo come andrà.

Stai anche lavorando a un nuovo disco?
Per quello ci sarà da aspettare ancora un po’. Finito il tour comincerò a scrivere del materiale nuovo, però qualcosa già c’è.

Viste le recenti collaborazioni dal vivo con Paolo Benvegnù, Brunori, le Luci e Il Genio, qualcuna di queste finirà anche nel disco? 
Non lo so. Ora che ci penso, ne ho fatte parecchie e sono venute tutte così, senza pianificarle. Ci siamo detti “facciamo questa cosa insieme perché sarebbe bello” e l’abbiamo fatta, prima di tutto per l’amicizia che ci lega. Anche con i Perturbazione, ad esempio, ci siamo incontrati e ci siamo voluti bene da subito, è gente splendida. Poi mi hanno chiamato per registrare Buongiorno buonafortuna, canzone che è finita nel loro nuovo disco. Quindi non so se nel futuro ci saranno altre collaborazioni; se verranno da sé, bene, altrimenti non le andrò a cercare.

Cos’è cambiato dai primi concerti chitarra e voce a oggi? 
Parecchie cose. Quello che è cambiato nella forma è visibile agli occhi di tutti: ai concerti c’è molta più gente di allora, adesso ho una band che suona, c’è stato un altro disco di mezzo, un ep, insomma sono successe tante cose. E’ passato anche un bel po’ di tempo, ma io sono rimasto abbastanza uguale, almeno penso.

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C’è chi sostiene il contrario? 
Sì, e sono dispiaciuto quando sento o leggo qualcuno, come mi è capitato di recente, che dice “io me lo ricordo quando suonava da solo davanti a poca gente e mi dispiace che adesso se la tiri così tanto”. E’ che la gente non si rende conto che, essendo cambiato tutto il contorno, adesso non posso uscire dopo ogni concerto e mettermi in mezzo a duecento persone che vogliono parlarmi. Prima lo facevo e lo farei anche adesso, molto volentieri. Ma visto che questi numeri sono aumentati, magari sono anche molto più stanco di quando suonavo in un piccolo locale che raggiungevo con i mezzi pubblici. A volte, per andare a suonare in un posto, capita di fare anche 800 km su un furgone e alla fine si è stanchi. Tutte queste cose, però, la gente non le considera.

Dopo un inizio acustico e casalingo, hai avuto difficoltà a suonare con una band o ti ha semplificato le cose? 
Ha semplificato, decisamente. Di certo suonare con una band è più piacevole e meno faticoso. Anche per il pubblico, credo sia più bello andare a vedere un concerto come quello che sto facendo adesso; a parte per i nostalgici, che devono sempre dire che era meglio prima, di qualunque cosa si tratti. La formula chitarra e voce comunque a me piace molto, ma ogni tanto mi trovo a pensare a come diavolo facevo a fare, tutto da solo, concerti di oltre un’ora. Sarà che adesso sono abituato con la band.

Ma come ti sei avvicinato alla musica? 
Ho sempre avuto amici che suonavano, fin da piccolo. A me sembrava una cosa troppo difficile da fare. Poi, diventato ventenne, non so per quale strano motivo, mi è venuta voglia di imparare a suonare la chitarra. E quindi la suonavo in casa, così, come mi veniva, e ho continuato a farlo fino ad oggi, nel senso che non sono un vero e proprio musicista perché non sono mai andato a lezione, non conosco la musica e suono come viene. Ho iniziato a usare la chitarra per esprimere delle sensazioni mie e non tanto per suonare La canzone del sole, che non era una cosa che mi interessava.

E chi o cosa ti ha dato la spinta per intraprendere il tuo percorso? 
E’ successo molto per caso. Ho fatto qualche concertino chitarra e voce e in uno di questi mi ha visto la Jestrai, la mia prima etichetta, che mi ha proposto di fare un disco. Quindi non ho mai spedito un demo o niente di simile, tutto è capitato per caso, senza sbattimenti, così mi sono detto “proviamo” e l’ho fatto, dedicandomi al cento per cento.

E ti ci sei buttato seriamente da subito? 
Sono convinto che se una cosa la vuoi fare bene, devi farla veramente coi sacrifici del caso. Ho vissuto i primi anni facendo concerti a pane e acqua, dicendomi “faccio questo da lunedì a venerdì, e sono disposto a suonare in ogni posto, a qualsiasi cifra”. E così ho fatto.

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Si parlava all’inizio dei tuoi colleghi. Come vedi l’attuale scena musicale italiana? 
Se parliamo di musica, è molto viva; se parliamo di discografia e distribuzione, come ben sappiamo, è molto morta. C’è tanta gente che fa cose davvero belle in giro, di alta qualità, e che potrebbe avere anche un bacino d’utenza superiore. Secondo me si sta facendo dell’ottima musica indipendente in Italia, che potrebbe davvero rivoltare il governo, e molti meriterebbero di saltare dall’altra parte, per la qualità e lo spessore.

Chi è meritevole di fare il salto? 
Ci sono i Mariposa, un gruppo fenomenale e che ha fatto un disco stupendo, e Il Teatro degli Orrori, che sta avendo un successo incredibile, pur non facendo una musica prettamente commerciale. Loro, per esempio, fanno davvero delle cose di spessore.

Del periodo in cui suonavi con i La Spina, si conosce davvero poco. C’è qualcosa che bisogna necessariamente sapere dei due dischi di quel periodo? 
Di quei dischi io salvo tanto, perché mi piacciono e non si trovano più. Tra l’altro, pensa che il secondo disco non l’ho nemmeno, si intitola Baby champagne e non so più dov’è, mentre mi piacerebbe diffonderlo anche in Rete, per cui lo sto cercando disperatamente.

E dei dischi attuali quail stai ascoltando in questo periodo? 
Poche novità, eccetto l’ultimo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che trovo molto bello. Più che altro ho iniziato da poco a riscoprire Lucio Dalla e trovo che ci siano cose nella sua discografia che sono incredibili. Dalla collaborazione con Roversi negli anni settanta ad alcune cose sue dei primi anni ottanta.

(Pubblicata su PopOn)

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