Marco Fabi: quando l’amore fa rumore

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Dopo un anno di lavoro e con alle spalle i riconoscimenti ottenuti con La scelta, fortunato disco d’esordio del 2006, Marco Fabi ritorna sul mercato discografico con Rumore amore, disco autoprodotto e sostenuto dal MEI (Meeting delle etichette indipendenti). All’album del 34enne cantautore romano hanno partecipato anche Sergio Cammariere e i Quintorigo, oltre ai fedeli musicisti che accompagnano Fabi anche dal vivo. PopOn l’ha incontrato per curiosare nel back di questo secondo capitolo discografico.

Rumore amore era già pronto da un anno, perché l’hai tenuto nel cassetto finora? 
Sì, era già pronto da un anno ma è uscito solo a giugno, in digitale, ed è stato anticipato dal singolo Solo le nuvole, nell’arrangiamento dei Quintorigo. E’ un disco che ho tenuto nel cassetto, aspettando il momento ideale, l’atmosfera giusta per proporlo. Fare musica da indipendente comporta tante scelte.

Hai curato personalmente la produzione artistica? 
Sì, nel primo disco avevo collaborato con due produttori, mentre qui ho voluto seguire da solo il tutto, collaborando con i musicisti con i quali suono, che per me sono stati fondamentali: Matteo Pezzolet al basso, Flavio Pasquetto alla chitarra elettrica, Corrado D’Agostino alla batteria e in qualche traccia il bassista Peppe Mangiaracina, con il quale ho suonato per tanti anni.

E’ un disco molto diverso dal precedente che si avvicina di più al cantautorato inglese. Sei d’accordo? 
Sì, Rumore amore ha un suono decisamente diverso. Forse perché sono diverso anch’io. Nel primo disco avevo lavorato principalmente sulle armonie e gli arrangiamenti, partendo da testi nati in un finto inglese e che in italiano dovevano avere un suono e un significato non banale, più ermetico perché in funzione della musica.

E qui? 
Su questo ci sono alcune differenze che emergono grazie alle collaborazioni con i Quintorigo e con Sergio Cammariere; quelle tracce hanno un suono tutto loro. Non rientrano nel mio sound, ma essendo due collaborazioni di grande spessore, ho fatto in modo che potessero coesistere col resto dell’album. E’ un disco che vuole mettere più attenzione ai contenuti, ai concetti che esprimo nei testi. Avendo qualche anno e qualche disillusione in più, ho approfondito alcune questioni della mia condizione sociale in un momento storico particolare per gli artisti, per l’arte, per la ricerca e per la cultura.

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Il titolo dell’album a cosa si riferisce? 
Nel disco c’è una canzone con lo stesso titolo che tratta di ambiente, ecologia e di rispetto per la vita. Pensando ai titoli possibili, ho voluto darle un significato più ampio che comprendesse anche altri istinti emotivi. Quindi Rumore amore è un po’ un’esortazione a fare qualcosa di pratico e di attivo per migliorare la nostra condizione vitale, partendo anche da noi stessi, dal migliorarci per migliorare quello che c’è intorno. C’è una presa di posizione, una voglia di fare, in contrapposizione a quello che spesso si legge della mia generazione, che viene descritta come pigra e poco produttiva.

La generazione dei bamboccioni, per dirla con le parole di un politico. 
In realtà chi fa parte di questa generazione non credo si riconosca molto nella definizione di bamboccione. Spesso è gente che ha studiato e che trova difficoltà a poter seguire la propria strada perché viene ostacolata o bloccata da chi magari prende il posto attraverso altre strategie più italianeRumore amore equivale a dire: “Svegliamoci!”. Gli slogan degli anni 70 (peace & love, ecc.) sono tramontati, soffocati da un capitalismo sfrenato. Bisogna migliorare lo stato vitale attraverso un maggiore amore verso noi stessi e verso ciò che ci sta intorno.

Prima hai citato le due collaborazioni. Come sono nate? 
Solo le nuvole l’ho scritta tanti anni fa e in origine aveva un testo diverso. Quando la suonavo sentivo che i Quintorigo avrebbero potuto esprimerla al meglio. Così gli ho fatto arrivare il pezzo tramite un amico giornalista che doveva intervistarli, gli è piaciuto e l’hanno arrangiato a modo loro. E’ come vedere realizzata un’idea in un modo che ti sorprende ed emoziona.

E con Sergio Cammariere? 
Lui vive a Roma e qualche volta ci siamo incrociati, avendo amicizie in comune. Ha ascoltato il brano e mi ha invitato a casa sua per registrarlo. A dire il vero l’abbiamo registrata due volte. Perché mentre sistemavo alcuni dettagli del brano, ho iniziato a pensare che forse sarebbe stato meglio usare una tonalità più bassa. Quando gli ho chiesto un consiglio, si è detto d’accordo e così abbiamo registrato la versione definitiva.

Come hai iniziato a scrivere canzoni? Essere nato in una famiglia di artisti ti ha aiutato a capire che volevi fare questo? 
Mi sono avvicinato alle canzoni dei cantautori quando avevo circa dieci anni. Prima ho iniziato a suonare a orecchio il pianoforte, aiutato da mio padre e poi ho iniziato a prendere qualche lezione di chitarra classica. Essendo poco studioso, ho continuato a strimpellare per conto mio, suonando sopra i dischi di alcuni cantautori. Ho iniziato, così, quelle che chiamo jam session creative: cioè suonare fino a quando non mi accorgo di trovarmi davanti a un’idea nuova e bella. Quindi: partivo da una musica che veniva di getto e iniziavo a cantare dei finti testi in inglese. Musiche che con il tempo ho contestualizzato. In questo senso, ho avuto due maestri: uno, il più grande, è Lucio Battisti, che aveva l’istinto del musicista che prende lo strumento e va alla ricerca di qualcosa che si è nascosto; l’altro è mio padre che ha un istinto musicale nel quale mi ritrovo, di musicista che non conosce bene la musica.

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Quindi si può dire che il brano Daddy’s dream è, sì, un omaggio a Demetrio Stratos, l’indimenticato cantante degli Area, ma anche a tuo padre, autore della musica? 
Assolutamente sì. E’ stato un po’ come affrontare due mostri sacri. Stratos lo è per l’Italia intera e forse anche per un pezzo d’Europa, mio padre solo tra le mura casalinghe. Credo però di aver ereditato la sua musicalità, abbiamo la stessa attitudine a suonare più come ricerca di libertà che come costruzione di una musica sul pentagramma.

Negli anni ’90 la scena romana si è rivitalizzata con artisti quali Max Gazzè, Daniele Silvestri e Niccolò Fabi. Pensi di far parte di una nuova scena che potrebbe comprendere, seppur con differenze di stile e di esperienza, cantautori come Angelini e Pinomarino? 
Non saprei dirlo. Sicuramente il tempo e lo spazio ci uniscono e ci dividono allo stesso tempo. Dal di dentro ognuno ha una sua personalità e un suo percorso. E’ chiaro che la scuola cantautorale ha avuto il suo inizio e forse il suo apice negli anni ’70. Poi c’è stato un momento di sbandamento generale e successivamente sono usciti gli artisti che hai citato, usciti in un momento in cui già la discografia arrancava, cercando di mantenersi con scelte artistiche che hanno limitato proprio la ricerca, la profondità o la libertà dell’artista stesso. Da quel momento le cose sono peggiorate. Ora sembra quasi che il disco abbia il valore di una spilletta, mentre prima era un oggetto di culto da mettere in bella mostra. Noi di questa nuova generazione risentiamo molto della mancanza di visibilità dal punto di vista commerciale, perché ci manca la possibilità di arrivare alla gente.

E quella che arriva alla gente, magari con la complicità dei media, è musica da reality
In questo momento l’Italia è una facciata, in tutti i sensi. Nel sottosuolo c’è ancora molto in termini di creatività, di cultura, di idee e di ideali. Solo che quello che arriva, che entra in casa della gente, lo fa tramite le radio e le televisioni, che sono in mano a pochi sconsiderati. E l’effetto è che sembra che in Italia ci siano solo determinati artisti da reality.

Il tuo disco chiude con una personale versione di Dedicato di Ivano Fossati; perché proprio questa canzone?
Intanto perché fa parte delle canzoni italiane che preferisco suonare. Prima di metterla nel disco l’avevo riscoperta tramite Lifegate, una delle poche radio che continua a trasmettere buona musica, e riascoltandola sono tornato in studio con quel motivo in testa, divertendomi ad arrangiarlo in chiave diversa, forse più beatlesiana. Piacque anche al gruppo e iniziammo a suonarla dal vivo. Mi piaceva l’idea di chiudere il disco con quel brano perché, anche se non l’ho scritto io, tocca in pochi minuti i temi dell’intero disco, pur avendo un atteggiamento festaiolo. E’ un buon brano da dedicarci per aver concluso questo disco.

(Pubblicata su PopOn)

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