Baustelle: ritorno alle origini

BaustelleBaustelle sono tornati con il loro primo disco. Ebbene sì, un ritorno alle origini, con la ripubblicazione di Sussidiario illustrato della giovinezza, album fuori catalogo – e dunque ormai introvabile nella sua prima pubblicazione – e ora nuovamente in vendita. Disco che, tra l’altro, è anche al centro di un mini tour che parte oggi (vedi Concerti). Ma perché scegliere di ridare alle stampe, e alla dimensione live, un lavoro di dieci anni fa? Inutile farsi domande, meglio porle a Francesco Bianconi, che dei Baustelle è penna e voce.Chi erano i Baustelle dieci anni fa e in cosa sono diversi da oggi?
All’epoca di Sussidiario illustrato della giovinezza la band era composta sempre da Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, con in più Fabrizio Massara, Mirko Cappelli e Michele Angiolini. Una divergenza, positiva, rispetto ad allora è che siamo migliorati, anche tecnicamente. L’approccio alla musica è rimasto, però, lo stesso. Altre differenze sono sicuramente la vecchiaia (sorride) e la casa discografica.

All’epoca avete inciso per Baracca & Burattini. 
Sì, per l’etichetta di Paolo Bedini, un personaggio storico. Ha iniziato come organizzatore di concerti in Italia per artisti come gli Smiths e Nick Cave. Poi è entrato a far parte del Consorzio Produttori Indipendenti, dall’epoca di Ko de mondo e Linea gotica, poi si è messo in proprio e ha fondato quest’etichetta. Oltre a noi, tra gli altri, c’erano anche i Virginiana Miller e i Laghisecchi, che oggi si chiamano Numero6.

Perché ripubblicare il vostro primo disco? 
Per vari motivi. Principalmente perché questo primo album era richiesto da tanti fan, così abbiamo colto l’occasione del decennale per ripubblicarlo. Alla base c’è l’amore nei confronti del nostro pubblico, perché in un’epoca in cui la musica è disponibile per tutti, ci dava fastidio che proprio un nostro disco risultasse irreperibile. Alla ristampa si affianca anche un cofanetto che, con la grafica e i disegni di Baronciani, contiene anche il nostro primo demotape riversato in vinile 10’’, un 45 giri con una nuova versione di Gomma e La canzone del parco, e il cd di Sussidiario con la copertina ridisegnata e un libretto. La ristampa è stata un’occasione per rivedere foto dell’epoca, materiale, locandine che facevamo da soli per i concerti ed è stato un po’ come riaprire dei cassetti, un tuffo emozionante nel passato.

E’ vero che Sussidiario non è uno dei vostri dischi che ascolti con più piacere? 
In effetti, no perché ci sono alcuni errori di tempo, dovuti all’inesperienza. Avevamo poco più di vent’anni, sapevamo suonare poco e avevamo pochi mezzi, ma fino ad allora non c’era stato un disco del genere in Italia, che mescolasse tanti ingredienti a livello sonoro in maniera così libera e sfrontata.

BaustelleDa allora a oggi com’è cambiato il contesto musicale? 
Il mondo musicale è cambiato. Questo disco è registrato in un periodo in cui negli studi di registrazione non c’erano ancora i pc, non esistevano gli mp3, iInternet non era ancora diffuso. Sussidiario ha venduto poco ma ha venduto, ahimè, più dischi di quanti ne vendono oggi i Non voglio che clara. Il sistema è cambiato profondamente, in peggio. All’epoca c’era più entusiasmo. Oggi molti gruppi si sciolgono, perché nessuno dà loro fiducia e hanno difficoltà a fare concerti. C’è l’entusiasmo dei nuovi mezzi di comunicazione come MySpace, ma si arriva solo a chi ti viene a cercare.

Come pensate si possano aiutare i musicisti oggi? 
Forse provando a ricreare la cultura della musica intesa come valore. Molti crescono con l’idea che la musica sia qualcosa di cui fruire gratuitamente. Secondo me bisognerebbe riabituare la gente all’idea che la musica ha un valore culturale e, quindi, anche un prezzo. La conoscenza totale, di cui parlava Umberto Eco, è bellissima; ma la conseguenza è che tutta l’industria che sta dietro muore. Le grandi etichette vanno in crisi, quelle piccole chiudono. Credo sia giusto pagare, anche se poco, un mp3. Altrimenti non ci sarà più tempo per intervistare i musicisti perché al mattino faranno i giardinieri ad Arcore.

Una svolta nella vostra carriera è arrivata con La malavita. Un po’ come accade in politica. Da quel momento qualcuno ha iniziato a dire che eravate diventati commerciali, vi eravate venduti… 
…è un luogo comune. Secondo me in Sussidiario o ne La moda del lento ci sono le cose più commerciali che abbiamo mai scritto. Mi infastidiscono i pregiudizi e i paraocchi. Chi dice che ci siamo venduti con La malavita non mi trova d’accordo, né a livello di testi né di suoni. Ad esempio, La guerra è finita parlava di un suicidio, cosa molto difficile, anche da far digerire a una major.

Non avete mai avuto l’ambizione di pubblicare un disco per il mercato estero? 
Ci abbiamo pensato con i Mistici dell’occidente, lavorando con Pat McCarthy, ingegnere del suono irlandese. E’ che non risulteremmo credibili. Un disco deve risultare credibile, si deve sentire che dentro c’è la verità oppure una menzogna bellissima. Quindi alla fine vale sempre l’esempio di Paolo Conte: se devi diventare famoso in Francia o in Canada, è meglio che ci vai come strano animale esotico italiano invece che andarci mascherato.

In Amen il testo di “Dark room” è stato scritto con la poetessa Francesca Genti. Com’è avvenuto l’incontro?
Ha scritto una mail dicendo che era una poetessa e che avrebbe voluto scrivere un testo per i Baustelle. La prima cosa che ho pensato è stata “Ma come ti permetti?” [ride]. Poi sono andato a comprare il suo libro “L’amore ai tempi del supermercato” e mi è piaciuto molto, trovando una sensibilità comune. Così ci siamo incontrati per parlare. Poi è iniziato questo gioco a distanza, scriveva delle cose via mail e io le rispondevo con quello che non mi piaceva e al quinto o sesto rimando il testo era pronto.

Avete scritto la colonna sonora del film “Giulia non esce la sera” di Giuseppe Piccioni, lo avete fatto per mantenere fede alla scritta presente nel libretto del Sussidiario: “Baustelle è disponibile per colonne sonore su commissione”. 
No, c’eravamo persino dimenticati di quella scritta, poi il regista è venuto a trovarci e così abbiamo dovuto accettare per forza! (ride)

BaustelleÈ un’esperienza che rifareste? 
Sì, la rifaremmo. In Italia ci sono parecchi registi con i quali ci piacerebbe collaborare. Ad esempio Sorrentino, Dario Argento… e anche Federico Zampaglione. Ma le musiche se le fa da solo!

Francesco, tu hai scritto per Anna Oxa, Paola Turci, Irene Grandi e Noemi. Volendo essere cattivi, è perché credi ancora nei miracoli? Per chi altro ti piacerebbe scrivere? 
Inizio dalla seconda parte. Mi piacerebbe scrivere per Patty Pravo, per la Vanoni, per Celentano e Mina. Per Ornella Vanoni ho un amore folle. Poi mi piacciono anche Malika Ayane, Arisa ed Elisa. Per il resto, bisogna credere nei miracoli. Io prendo il mestiere d’autore come una sfida. Mi divertirebbe scrivere anche un pezzo per Cristina Donà o per Beatrice Antolini, ma sarebbe troppo facile. All’epoca di Sussidiario dicevamo “siamo i Baustelle perché dobbiamo fare in modo di sentire alla radio le canzoni che alla radio non sentiamo mai”. Non ero assolutamente interessato alla discografia di gran parte degli interpreti per cui ho scritto. Ma a maggior ragione volevo scrivere una canzone bella da passare in radio. Per esempio conBruci la città in tantissimi mi hanno scritto dicendo “complimenti, perché Irene Grandi non l’ho mai sopportata ma con questo brano hai fatto sì che mi piacesse”.

Con la Turci e la Grandi effettivamente hai avuto parecchie soddisfazioni. 
Sì. Tra l’altro l’arrangiamento di Paola Turci mi è piaciuto molto. Così come mi è piaciuto anche il brano della Oxa, per il quale ho scritto solo il testo. Mi piace l’ultimo disco di Anna Oxa, perché è un disco interessante e coraggioso, con dei bei testi.

Hai ancora intenzione di lasciare l’Italia, come hai dichiarato in un video tempo fa? 
Lì sono stato frainteso. Hanno estrapolato la frase da un altro contesto. Dicevo, da esterno, che mi sarebbe piaciuto che gli intellettuali, quelli con una certa visibilità, comunicassero in modo provocatorio di voler andar via dall’Italia. E, da lì, è venuto fuori l’equivoco, con Godano dei Marlene Kuntz che mi diceva di restare, e altri che mi dicevano di andarmene via. Amo questo Paese, anche se mi dispiace che lo stiano pugnalando. Era un discorso molto più complesso, un invito agli intellettuali a manifestare il proprio dissenso, come hanno fatto Umberto Eco, Franco Battiato e Nanni Moretti.

La situazione politica attuale ti interessa? 
Mi interessa molto perché non sono un qualunquista. Non ho tessere di partito ma sono militante. E la vedo male. Anche in prospettiva. Se dovesse cadere il governo, non credo che ci si possa salvare da una dittatura berlusconiana. C’è il pericolo di un’ulteriore deriva, con un rafforzamento della Lega. Dall’altra parte non vedo grosse alternative, continuo a vedere abbastanza nero. Ma per parlare di politica, dovreste intervistare altri, non me. Magari Nichi Vendola.

(Intervista pubblicata su Popon)

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