Intervista a Piero Fabrizi

C’è un nome che dagli anni ’80 circola nell’ambiente musicale. E’ quello di Piero Fabrizi: musicista, compositore, autore e produttore, che con grande professionalità ha sempre lavorato dietro prestigiose quinte, aggiungendo alla musica italiana indiscusse perle. Venticinque anni accanto a Fiorella Mannoia ci hanno offerto canzoni come Belle speranze, Fragile, L’assenza, Il tempo non torna più, Crazy boy e tante ancora. Dal 2002 è anche a capo di un’etichetta discografica, la Brave Art Records, che ha già prodotto ambiziosi progetti dedicati alla musica strumentale e che è pronta a regalarci il primo disco a nome Piero Fabrizi. E’ tempo di avvicinarci a lui, per conoscerne la storia e i buoni propositi per il suo domani.

Ricordi il tuo primo approccio alla musica? 

Ho avuto questa forte passione fin da bambino. A circa 13 anni è scattata una naturale attrazione per la chitarra e un istintivo approccio da autodidatta, poi ho iniziato a studiare chitarra classica privatamente con due differenti maestri, Bruno Battisti D’Amario e Francesco Romano. È stata un’esperienza legata proprio alla voglia di approfondire e sviluppare questa passione, tanto da farla diventare qualcosa di importante, una reale ragione di vita. Non ho mai studiato con la finalità di diventare un musicista classico o un concertista, ma avevo voglia e necessità di approfondire lo studio dello strumento e della musica.

Sei nel campo musicale da quasi trent’anni, come musicista, compositore e produttore. A quali cambiamenti hai assistito? 

Molte cose sono cambiate. C’è stata un’evoluzione e per certi versi un’involuzione in campo musicale. Non voglio entrare in meriti strettamente di mercato, perché la musica è una cosa e il mercato discografico è ben altra cosa. Ritengo che oggi, la crisi, sia soprattutto a livello culturale più che musicale, c’è un impoverimento generale sensibile. Si va formando una sorta di trasformazione in chi opera, in chi suona o produce e fa di quest’arte una ragione di vita e un lavoro, mi sembra ci sia un cambiamento peggiorativo in termini qualitativi. La crisi attuale è oggettivamente forte, ma in fondo (soprattutto in Italia) da più di un decennio il mercato discografico è stato soggetto a una discontinuità notevole, dovuta anche a gestioni dissennate. La discografia non ha saputo tenere il passo con l’evoluzione del contesto mediatico/informatico, radio, tv e soprattutto internet, la fruibilità del prodotto musicale ha subito variazioni notevoli e coloro che hanno sempre gestito il mercato si sono trovati in difficoltà perché non hanno saputo guardare oltre… ma anche artisti e musicisti hanno la loro parte di responsabilità, nessuno ha saputo davvero anticipare i tempi.

Hai collaborato con moltissimi artisti, tra cui Ivano Fossati, Francesco De Gregori, Enrico Ruggeri, Pino Daniele, Samuele Bersani. Tutti cantautori molto diversi fra loro per genere e provenienza. Non ti annoi di certo! 

Condividere il mio percorso con artisti che stimo moltissimo è per me un grande onore, ogni incontro è stato un arricchimento importante per me. Mi ritengo molto fortunato. Sono riuscito a vivere di musica ed è un bel risultato, non semplice. Sono consapevole di essere un privilegiato, perché c’è molta gente che ha cercato di fare altrettanto e pur possedendo maggiore talento, non è riuscita, per poca determinazione o per situazioni personali e circostanze meno favorevoli.

Sono incontri di fortuna o collaborazioni “ricercate”?

Quando si scrive una canzone con qualcuno, a volte si riesce a trasformare anche l’incontro casuale in una collaborazione empatica di due individui accomunati dallo stesso intento, dalla stessa passione. Mi sono sempre dedicato a un certo tipo di produzione e di scrittura, molto vicini alla canzone d’autore. Produrre un disco per un interprete importante dà la possibilità di avere canzoni scritte da autori importanti: Fossati, De Gregori, Ruggeri, Battiato, Pino Daniele, Ligabue, fino a Bersani, nuova realtà della musica d’autore.

Il tuo nome è legato a Fiorella Mannoia. Avete iniziato a collaborare nel 1984 e avete continuato a farlo fino a qualche anno fa. Cos’è successo? 

E’ inutile negarlo. È stata una parte importante del percorso artistico e musicale che ho iniziato tanti anni fa. Con Fiorella la collaborazione è iniziata nell’84 e nell’85 è stato inciso il primo lavoro. Venticinque anni sono tantissimi, è una grande porzione di vita. Ho avuto altre collaborazioni ma l’impegno messo nel produrre, nell’arrangiare e nello scrivere le canzoni con Fiorella è stato notevole. Impegnativo e bello, perché i risultati sono stati molto più che soddisfacenti. Una bella collaborazione andata avanti per tantissimo tempo, fino al 2008, al di là di ogni previsione. Ha avuto un inizio e una fine naturale. Abbiamo deciso di dare un termine a questo sodalizio per cercare stimoli altrove e per non rischiare di ripeterci.

E così ora stai lavorando al tuo primo album. E’ un’urgenza o un passo naturale? 

Spero che il disco esca per la primavera del 2011. Ho iniziato a lavorarci senza scadenze. Concepire questo album, fare questo passo tardivo, è stato da un lato un gesto naturale e allo stesso tempo un’urgenza, un bisogno: dedicare del tempo a se stessi, alle proprie composizioni e alle proprie scelte musicali e soprattutto, liberarsi di idee musicali compiute, che non possono rimanere nella testa.

Sarà un disco cantato o strumentale? 

Ci saranno pezzi cantati e brani strumentali. Non mi ritengo un vero cantante, uso la mia voce come ho sempre fatto, soprattutto per le armonie vocali, il mio timbro non è particolarmente riconoscibile, quindi evito di tediare. Ho sempre considerato il timbro vocale un dono, una dote importante anche da un punto di vista puramente estetico. Per i tre o quattro brani cantati mi avvarrò dell’aiuto di chi ha questa indubbia dote.

Essere sia produttore che compositore del disco ti sta creando qualche conflitto di interessi? 

Rivestire entrambi i ruoli dà la possibilità di mettere alla prova l’esperienza accumulata. Sei tu a dover ascoltare e giudicare quello che stai facendo e se una parte può sembrare più semplice, in realtà non lo è affatto. C’è un piglio critico molto diverso, si è meno indulgenti.

Di recente hai prodotto il trio Umberto Fiorentino, Fabrizio Sferra e Gianluca Renzi, ma stai producendo anche i Vega’s e Jessica Lupo, Con quale criterio selezioni gli artisti da produrre? 

Li seleziono secondo criteri artistici: ogni scelta viene fatta in base al livello qualitativo. Mi ritengo un produttore molto aperto, mi interessa non soltanto il panorama pop/rock, sono attratto da tutto ciò che è ben fatto e che ha un senso. Ho fondato nel 2002 un’etichetta la “Brave Art records” che ha realizzato vari dischi di jazz di artisti molto interessanti: Umberto Fiorentino, Maurizio Giammarco, il trio Fabio Zeppetella, Roberto Gatto, Emmanuel Bex, Audioslang con Rava, tra gli altri. Quando nessuno ti corre dietro e non hai scadenze vicinissime, puoi lavorare più liberamente. Si passa da una produzione di cinque giorni per un album di jazz a quella di due mesi per un disco rock/pop. Diversificare fa parte della mia natura.

Produrre un disco significa anche adattarsi alle esigenze artistiche della persona con cui si sta lavorando. 

Il produttore riveste un ruolo importante e delicato, all’estero questa consapevolezza è sicuramente maggiore che in Italia, dove spesso si pensa al produttore come a colui che finanzia il progetto discografico (un po’ come accade nel cinema) in realtà non è così. Il produttore è una sorta di alter ego con il quale l’artista si confronta, costantemente per garantire al progetto il miglior risultato possibile. L’artista ha bisogno di avere un punto di vista esterno, lucido, creativo e autentico. Il produttore è sostanzialmente un regista, deve possedere doti tecniche utili all’artista e saperlo supportare dirigendolo con cura, mantenendo una visione chiara dell’obiettivo da raggiungere, fino al montaggio finale… il missaggio del disco. La produzione inizia con la scelta delle canzoni, per poi evolvere in una ricerca sonora adeguata e caratterizzante dell’intero materiale.

Pensi che per cambiare il mercato discografico può essere utile l’intervento di produttori che, con un atto coraggioso, si mettano alla ricerca di giovani di talento che altrimenti resterebbero invisibili? 

Penso sia utile e necessario. Questo ruolo anticamente era ricoperto dalle case discografiche che all’interno della loro struttura avevano dei veri e propri talent scouts, che si dedicavano alla ricerca di nuovi talenti, cosa oggi persa. Mi viene in mente Ennio Melis della RCA che tra i ‘60 e i ‘70 ha messo sotto contratto un gran numero di giovani di belle speranze, che tutt’oggi figurano tra gli artisti più significativi e popolari della scena italiana. Oggi discografici del genere non esistono più.

I format televisivi aiutano? 

Questa è una questione alquanto spinosa, io sono molto contrario a questi format televisivi che offrono modelli a mio avviso fuorvianti e ingannevoli. C’è troppa autoreferenzialità, si impone una regola televisiva… non musicale e questo è di per sé, già sufficientemente sbagliato a mio avviso, non c’è spazio creativo, non c’è nessuna spontaneità. Si fa televisione, non musica. E per chi vuole fare musica, messaggi del genere sono tossici…

…non si vende una canzone ma un’immagine, un prodotto. 

Le canzoni sono sempre state più importanti degli interpreti. E’ stato dimostrato negli anni proprio dalle grandi canzoni, canzoni immortali al di là dell’interprete. Qui in Italia, a Sanremo un tempo vinceva la canzone, più che il cantante, tanto che gli interpreti erano due e non uno soltanto. La realtà è che oggi è assai raro poter disporre di belle canzoni… quindi si sposta l’attenzione su altro, conta la timbrica, ma anche la presenza scenica, la determinazione, la tecnica vocale, il saper bucare il video.

C’è qualche artista, magari giovane, con cui ambisci lavorare?

Ci sono molti artisti interessanti, alcuni poco conosciuti… un gruppo in particolare Perturbazione. Mi piace molto Carmen Consoli, nella sua unicità vocale, nel modo di scrivere e di porsi, mi piacciono molto i timbri vocali scuri… come quelli di Alice, Patti Pravo… e mi piace Paolo Conte, ogni volta che lo sento… sorrido!

(Intervista pubblicata su PopOn)

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