Mannarino: Supersantos

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In origine, al tempo del Papa Re, le strade e le statue di Roma venivano omaggiate da Pasquino con le sue rime, con le sue invettive. Oggi, nell’epoca del Pastore tedesco (per dirla alla Manifesto maniera), quelle stesse strade sono attraversate da Alessandro Mannarino con le sue canzoni, le sue strofe. Finalista nel 2009 al Premio Tenco e al Premio Gaber con il disco d’esordio Bar della rabbia, la scorsa primavera Mannarino ha replicato l’esperienza discografica con un secondo album: Supersantos, confermando quasi in blocco i musicisti del precedente lavoro. Tre anni, questi, passati a raccontare dal vivo le sue storie, inventandone di nuove, divertendosi e divertendo il pubblico sempre più numeroso ai suoi concerti (per ben tre volte ha riempito l’Auditorium della Musica di Roma). Ha avuto il tempo di apparire come ospite nella trasmissione di Serena Dandini, di incidere un brano per il progetto La leva cantautorale degli anni Zero e di recitare in teatro. Tutto senza avere fretta, aspettando il momento giusto. Perdonateci la digressione, ma un quadro sull’autore ci sembrava giusta premessa prima di tuffarci nel merito delle dodici storie e altrettanti personaggi narrati nelle canzoni di questo disco. Storie e personaggi raccontati con lo stesso linguaggio diretto e fresco che ha portato Mannarino alla ribalta. Una sorta di neo-realismo che, attraverso il romanesco e l’italiano (in alcuni casi anche il francese), disegna la quotidianità vista con lo sguardo (vinto) dei nuovi emarginati, quasi nel tentativo di sposare i temi tipici e la poetica di De André a un suono cosmopolita. Nel disco si passa da un’inedita Maddalena innamorata di Giuda a MaryLou, novella bocca di rosa del porto, dal vecchio Onorevole che passa a miglior vita a un romantico merlo rosso. Uso e consuetudine del mondo musicale di Mannarino sono le tematiche ricorrenti, come la chiesa per esempio (Serenata lacrimosa / sui gradini della chiesa / ma chi me sente / er vescovo c’ha er microfono e io niente) o l’amore come fonte di disperazione (Quando l’amore se ne va partono le rotelle / i letti sò barelle). Paragonare Mannarino a Capossela o Manu Chao, come a più riprese è stato fatto in questi anni, oltre a essere piuttosto facile non rende comunque giustizia al trentaduenne romano, il cui stile è assolutamente personale, basato sulla ricerca di un suono capace di unire la tradizione romana degli stornelli al cantautorato italiano, strizzando l’occhio alle atmosfere dei balcani. Una ricerca che diventa anche strumentale, per esempio lì dove una bicicletta produce l’ultimo accenno sonoro in Merlo rosso. Come per il primo album, la produzione artistica è di Tony Canto (autore del recente Italico federale, altro disco interessante), che ha curato gli arrangiamenti (in compagnia dello stesso Mannarino) e che compare anche come musicista. Da segnalare, infine, anche le due voci femminili: Simona Sciacca (presente in quasi tutte le tracce dell’album) e Claudia Angelucci (Merlo rosso). Supersantos, lo avrete capito, è uno di quei dischi che bisognerebbe acquistare in duplice copia, una per sé e una da regalare agli amici, perché la condivisione è probabilmente il suo più adatto destino.

 

Tracklist:
01. Rumba magica 
02. Serenata lacrimosa
03. Statte zitta
04. Quando l’amore se ne va
05. L’era della gran pubblicità
06. Serenata silenziosa
07. Maddalena
08. Marylou
09. Merlo rosso
10. L’onorevole
11. L’ultimo giorno dell’umanità
12. Donna fugata (bonus track)

(Pubblicato su PopOn)

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