L’Inguine di Daphne: I danni del desiderio

(2013)

(2013)

Recensire I danni del desiderio, secondo album ufficiale del collettivo napoletano L’Inguine di Daphne, equivale a fare un torto allo spettacolo che dal vivo ne accompagna l’esecuzione. Questo perché il materiale che resta su disco, le undici canzoni, da solo regge con qualche difficoltà un ripetuto ascolto. Infatti, durante il concerto, le immagini proiettate, le scenografie e tutto quello che ruota intorno al live riescono a dare una nuova veste ai brani, completandone le mancanze o quello che, su disco, può apparire come un difetto.

La vena realizzativa del poliedrico (e prolifico) Dagon Lorai, autore di tutti i brani, affonda le radici nelle atmosfere tipicamente dark degli anni ottanta, ripercorrendo una strada già battuta a metà degli anni novanta (in modo egregio) dai Quarta Parete di Roberta Carrieri Fabrizio Panza (oggi Zoldester), altra band che mischiava il dark con il teatro e con l’improvvisazione scenica. I testi hanno il dichiarato obiettivo di infondere speranza e poggiano su un linguaggio che (estrapolato dal discorso spettacolo) non convince del tutto, con una ricerca (voluta) di termini che più che richiamare la poesia (citata in “Viva per sempre” e “L’estensione del bene”) riescono a richiamare un’idea stantia che per certi versi è stata abbandonata anche dai banchi di scuola (come, ad esempio: “scopersi la tua schiena voluttuosa sino alla fine sedotto da moine eleganti e da malate letture”). Hanno comunque una loro attualità, parlando del continuo desiderare contemporaneo (che siano cose o persone poco importa). Il desiderio visto (anche) come percorso, come cammino che ci spinge ad arrivare fino a un traguardo per poi ripartire, un po’ svuotati dal desiderio realizzato e un po’ desiderosi di tuffarci altrove. Tra le note positive, da segnalare la canzone che dà il titolo al disco, “Sirena”“Piangi pioggia” e la voce di Alessia De Capua che dà una spallata alla cupezza e agli anni ottanta rievocati nel canto impostato (e funzionale per l’immagine) di Dagon Larai. La produzione porta la firma di Marco De Falco e Sabrina Carnevale per l’etichettaFirst Floor, mentre il mastering è a cura di Bob Fix (24 Grana, Bisca, Bennato…).

 Come già detto all’inizio, I danni del desiderio è un disco da vedere. Dove le immagini richiamate nei testi assumono una forma più completa con l’ausilio di video e performance. Un desiderio insoddisfatto, insomma, che dal vivo ha una visione completa di bellezza. Un desiderio che in questo disco fa pochi danni ma ha qualche margine di miglioramento.

(Pubblicato su Shiver)

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