Laura Marling: Once I was an eagle

(2013)

(2013)

 

 

Dopo due anni di silenzio, Laura Marling pubblica (sempre per conto della Virgin) il nuovo disco Once I Was An Eagle, il quarto nel giro di cinque anni. Il nuovo lavoro documenta la crescita continua della cantautrice inglese dall’esordio su MySpace ad oggi e, allo stesso tempo, getta le basi sul cammino che, con ogni probabilità, continuerà a percorrere, chitarra alla mano.

Accostata per motivi musicali (e di cuore) prima ai Noah And The Whale e poi ai Mumford And Sons, tutti e tre riuniti dalla stampa di settore nella nuova scena folk londinese dell’ultimo lustro, la Marling semina nel disco echi di un Bob Dylan anni sessanta (“Master Hunter”) e di una Joni Mitchell anni settanta (“Love be brave”), facendo della semplicità, musicale e “testuale”, la sua arma migliore. Il disco è stato registrato con il supporto del violoncello di Ruth de Turbeville, delle percussioni del produttore Ethan Jones e del basso di Rex Horan; tutti ad accompagnare la voce e la chitarra di Laura Marling, utilizzando come filo conduttore del disco l’ingenuità universale nelle questioni d’amore, quella che anticipa e si vive in una storia e quella che quasi sembra ritornare in seguito, alla fine di un rapporto. Once I Was An Eagle è diviso in due e inizia come una sorta di concept album. Al punto che se non si dà uno sguardo ai titoli si può pensare che nei primi venti minuti ci sia solo un’unica lunghissima (e bella) canzone. Invece, in quei venti minuti, i brani in questione sono ben cinque, diversi e uniti fra loro solo dal suono della sei corde di Laura, anticipati da un crescendo del violoncello e delle percussioni o collegati da una frase ricorrente (“Give me a minute there”). I primi quattro (“Take The Night Off”, “I Was An Eagle”, “You Know” e “Breathe”), suonati senza interruzione, sono stati raccolti nel video “When Brave Bird Saved” (titolo che prende in prestito alcune parole delle ultime quattro canzoni), realizzato da Frederick Scott e Nicolas Jack Davies, trasportando in una sorta di cortometraggio la poetica che si respira in quasi tutto il disco. Sarebbe bastato questo – le prime canzoni e il video – per far parlare di un lavoro (un ep, per la precisione) al di sopra di tutto quello che è uscito sul mercato discografico in questa prima metà dell’anno. Dopo altre tre canzoni arriva l’assolo strumentale di Ruth de Turbeville (“Interlude”) che, di fatto, inizia una seconda parte del disco. Nei successivi otto brani, da “Undine” in poi, l’album riprende la narrazione senza cambiare di molto né i toni né le premesse, ma senza per questo riuscire a mantenere lo stesso livello dei primi venti minuti (escludendo “Pray For Me” “Where Can I Go”). Nei testi l’autrice sviscera il suo vissuto come se si trovasse davanti all’analista (“When we were in love/I was an eagle and you were a dove” da “I Was An Eagle”), passando dalla malinconia iniziale (“You said you’re gonna leave babe/Be gone from me/Be gone from my mind babe/Let a little lady be/I want you to want me” da “Take The Night Off”), alla malinconia del non detto (“How cruel man can be/Well I wrote you a book But I left it out in the rain/Left it there to dry/But it got rained on once again” da “Breathe”), dalla solitudine della notte (“It’s a curse of mine to be sad at night” da “Where Can I Go?”) all’incertezza (“Knows what it is that I believe We are all looking for answers” da “When Were You Happy?”), fino ad arrivare quasi all’ottimismo in “Saved These Words” (“But thank you naivety For failing me again He was my next verse”).

“Once I Was An Eagle” si presenta come un ottimo lavoro, forte di scelte semplici, di arrangiamenti senza fronzoli e di sedici canzoni capaci di tenere (qualcuna più, qualcuna meno) l’animo in sospensione, disperdendo i pensieri, togliendo loro la gravità. Un disco che ci lascia con una certezza; la ventitreenne inglese Laura Marling è uno dei pochi nomi dell’attuale scena folk internazionale con un talento fuori dal comune.

 

(Pubblicato su Shiver)

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