I Gatti Mèzzi: Vestiti leggeri

(2013)

(2013)

 

Se fossero ancora vivi, ne sono certo, Mario Monicelli e Federico Fellini si litigherebbero i pisani Gatti Mézzi per farne il soggetto di un nuovo film. Disarmanti, ironici e goliardici come certi personaggi dei film del regista romano, strampalati e sospesi proprio come quelli del regista romagnolo; Vitelloni, pur essendo gatti fradici (mézzi, in pisano, vuol dire proprio questo).

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, i Gatti Mézzi sono nati nel 2005 a Pisa dall’incontro dei due cantautori Francesco Bottai(voce e chitarra) e Tommaso Novi (voce, pianoforte e fischio). Chi li ha conosciuti per i motivi più disparati, vuoi perché è nato a Pisa, vuoi perché li ha visti vincere il Premio Ciampi nel 2007, vuoi ancora perché li ha scoperti, come me, con Struscioni (il primo disco prodotto con etichetta, nel 2009), questi gatti non li abbandona più. Continua a seguirli, continua ad amare la loro musica, la loro ironia malinconica.
Vestiti leggeri è il loro quinto album, il primo nel quale il dialetto è stato quasi del tutto accantonato. Esce a due anni di distanza da Berve tra le berve e a pochi mesi dalla ristampa di Amori e Fortóri (edizione limitata in vinile, arricchita dai disegni di Gipi) ed è stato pubblicato dalla Picicca Dischi di Brunori Sas. E non poteva essere altrimenti, visto che Dario Brunori pare non farsi sfuggire nessuno dei nomi che contano nel sottobosco dell’indie nostrano (penso soprattutto a Di Martino e a Giuradei); per cui non deve sorprendere nemmeno che si lasci tentare dall’occasione di comparire nel brano “Fame”. Questo, di sicuro, è il lavoro di svolta de I Gatti Mézzi. Con “Vestiti leggeri” dimostrano (finalmente) di non accontentarsi di percorrere strade in discesa, come potrebbe essere quella del dialetto, ma osano, cercando di raggiungere il maggior numero di persone, raccontando storie semplici, quotidiane, senza per questo risultare provinciali. Sanno essere malinconici come in “Soltanto i tuoi baffi”, dove cantano di un figlio che sogna il padre, appena “sfrattato” dal cimitero, e sanno essere toccanti come in “Pepe” e“Furio su ‘na rota”, canzoni scritte e dedicate ai propri figli. E, ancora, li si ritrova irriverenti come in “Piscio ar muro” oppure pieni di buon senso come in “Ti c’ho beccato” o quasi romantici come in “Marina”, dove il soggetto non è una donna ma la cittadina pisana.  Musicalmente capita di ritrovare echi del Capossela degli esordi (“Furio su ‘na ròta”), o di un vecchio scanzonato Nino Ferrer (“Ti c’ho beccato”) o ancora degli Avion Travelnella formazione originaria (“Noi”), echi che si avvertono come omaggi (consapevoli) più che come tentativi di emulazione.

Vestiti leggeri è un disco che, spaziando dal jazz allo swing, attraversa in modo trasversale la canzone d’autore, un po’ alla Paolo Conte e un po’ alla Giorgio Gaber. È un disco pieno di cose non dette, pregno di paure e di fragilità. Un disco che vede questi gatti fradici sul tetto delle proprie emozioni, ululando alla luna, senza vergogna e senza peccati, vestiti leggeri con solo undici canzoni e una certezza: saranno anche fradici ma, boia deh, son proprio ganzi.

(Pubblicata su Shiver)

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