Intervista a Toti Poeta

Approfittando del Santeria Summerclub, la due mesi di concerti realizzata a Barcellona Pozzo di Gotto, Shiver ha incontrato il cantautore Toti Poeta, uno degli organizzatori, per parlare dei suoi progetti, passati e futuri.

toti-poeta

La tua biografia musicale parte dal progetto Plastilina. So, però, che i tuoi inizi hanno molto a che fare con la Bandabardò.
Ero adolescente e avevo appena scoperto che in Italia la musica non era solo quella passata in radio. Così, seguendo le collaborazioni di Daniele Silvestri, ho scoperto la Bandabardò e tutta la scia del folk italiano sommerso. Ho fondato una cover band con degli amici e abbiamo iniziato a girare tutta la Sicilia, da Agrigento alle Isole Eolie. Pensa che molti siciliani credevano davvero che noi fossimo la Bandabardò (ride). Quando poi nel 2002 vennero a Riposto, dopo esserci salutati, mi dissero di aver incontrato diversi siciliani che conoscevano le loro canzoni solo perché erano stati a uno dei nostri concerti.

È a questo punto che è partito il progetto Plastilina?
Sì, è stato il primo esperimento con le mie canzoni; ero l’autore dei brani e l’arrangiatore. Poi, dopo aver vinto nel 2002 Rock Targato Italia e aver partecipato all’I-Tim Tour, ci fu un incontro con i componenti della band per capire se tutti volevamo investire nel progetto, cosa che non fu. È stato in quel momento che si è sciolto il gruppo e ho conosciuto Perez (Frangar Non Flectar), con cui ho iniziato una collaborazione che mi ha portato a Roma.

Con Perez hai registrato i primi lavori?
Abbiamo realizzato nel 2003 un ep di tre brani che ho presentato in diversi concerti, aprendo anche alcune date della Bandabardò. Poi abbiamo lavorato a “Totipoeta”, il mio primo album, uscito nel 2006. L’ho portato in giro per diverso tempo, ma è un lavoro acerbo dal quale oggi mi sento molto distante.

Nel 2009 è uscito “Lo stato delle cose”.
È stato l’album che ha testimoniato il rientro da Roma a Barcellona Pozzo di Gotto. È stato registrato in parte nella capitale e in parte in Sicilia, parla di legami con la terra, delle esperienze esterne. È il primo che ho pubblicato con l’etichetta palermitana Malintenti.

Come mai sei rientrato da Roma?
Roma offre tanto ma, in termini di vivibilità, chiede molto in cambio. Sono stati sei anni molto positivi, dove sono nate belle amicizie. Con Massimo Giangrande e Sante Di Clemente abbiamo preso un posto a Trastevere dove organizzavamo concerti, una specie di piccolo Teatro occupato. Ho sempre avuto il desiderio di realizzare qualcosa nella mia città e quando è iniziata la collaborazione con la Malintenti ho sentito la spinta per rientrare.

L’ultimo disco, L’ora di socialità, è diverso dai due lavori precedenti. Affronti tematiche sociali; penso a “Faccio ditutto” (sull’acqua pubblica), a “L’ora di socialità” (sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e a “Quel che rimane” (che parla dell’alluvione). Quindi, la musica come arma di denuncia?
In quest’album, dopo aver scritto alcuni pezzi, ho notato che c’era un filo conduttore, così ho continuato in quella direzione. È un periodo, questo, in cui sono più attento a certe tematiche. Negli ultimi anni, forse, ai cantautori è tornata la voglia di essere meno scanzonati e i contenuti hanno ripreso ad avere una certa importanza. Il titolo gioca su un doppio senso; due amici che si trovano e parlano di tematiche alle quali sono sensibili, socializzando sul sociale, oppure la socialità intesa come l’attività che si effettua all’interno dei manicomi criminali.

Nell’album ci sono tre collaborazioni siciliane: Roy Paci e Antonio Vasta in “Quel che rimane” e Riccardo Serradifalco degli Akkura in “Al di sopra di me”.
Con Riccardo abbiamo collaborato già nel disco precedente, dove c’era anche Marco Bellotti, persona che stimo molto a livello musicale. Il brano ha un portamento retrò e Riccardo ha inserito una linea di chitarra perfetta. Invece con Antonio Vasta le cose sono andate in modo diverso. In origine, “Quel che rimane” era un brano reggae.

Mi riesce difficile immaginarlo.
(ride) Mi sono fatto prendere la mano dal fatto che c’era Roy Paci. Così, due giorni prima di dare l’ok per il mastering, riascoltando il disco ho notato che quel brano era distante dall’intero album. Sono andato nel panico, anche perché non potevo togliere proprio il pezzo con Roy Paci. Così ho deciso di tenere le take di tromba e flicorno e a casa ho realizzato qualcosa più in linea col disco. Poi ho contattato Antonio e abbiamo registrato la traccia di pianoforte a casa sua, realizzando uno studio volante. Magari un giorno farò una sorta di b-side, pubblicando la versione reggae e spiazzando tutti (ride).

Pochi mesi fa è uscito l’ultimo video tratto dal disco. Ce ne vuoi parlare?
La bellezza è nei tuoi occhi” è un video al quale sono molto legato, perché è stato realizzato interamente qui a Barcellona con Emanuele Torre e Serena Perdichizzi. Riprende un po’ il filo conduttore dell’album. Il video parla di una persona che vive una storia d’amore piena di momenti idilliaci e che alla fine si scopre essere solo un qualcosa che aveva in testa, una sorta di disturbo mentale. 

Negli ultimi anni, sempre tramite la Malintenti, ti sei dato anche alla produzione, lavorando con Oratio e con Nicolò Carnesi, altri due siciliani. Com’è nata l’idea?
La Sicilia musicalmente in questo periodo sta dando tanto e credo sia molto importante anche per il territorio. Sia io sia Lorenzo (Colapesce) abbiamo cercato di spingere altri progetti, presentando alla Malintenti dei cantautori nei quali credevamo. Così, alla fine io ho curato la produzione di Oratio e Lorenzo quella di Alì. Si cerca di creare una struttura più articolata, una rete fra le varie realtà. Di Nicolò ricordo che, mentre stavamo facendo la pre-produzione del disco, continuava a venire in studio con dei brani sempre più belli, al punto che il lavoro che abbiamo realizzato in cinque mesi l’abbiamo accantonato per lavorare con i nuovi brani.

La Malintenti, tra l’altro, ha un’organizzazione ancora vecchio stampo.
Sono partiti con la voglia di fare cose belle senza pensare troppo al discorso spese. Di solito l’artista paga tutto di tasca propria, dalla registrazione allo studio al master. L’etichetta, invece, investe solo per la stampa, prendendosi il diritto editoriale. La Malintenti, in quest’ultimo periodo, fa quello che facevano le etichette ai tempi d’oro. Se crede nel progetto investe di tasca propria, pagando lo studio di registrazione, la stampa, la Siae. È una cosa che ti mette in condizione di lavorare bene. E poi non sono soliti mettere troppi paletti inutili.

Pensi a qualcuno in particolare?
Penso a chi oggi ha ancora una concezione diversa. Nel 2006 ho avuto un approccio con la Universal e con la Bmg. Parlavano di minutaggio, insistendo con lo schema della canzone; l’introduzione di cinque secondi seguita dalla strofa e poi l’inciso entro il primo minuto. Nel 2013 parlano ancora di questo.

Tornando alla voglia di realizzare qualcosa nella tua città, ti va di parlare del Santeria Summerclub?
È da quando sono rientrato a Barcellona che volevo realizzare qualcosa. Qualche anno fa, in collaborazione con Mario Giglio e Tonino Mancuso, abbiamo preso in gestione l’Arci, realizzando dei concerti settimanali. Però, sai come funziona, il posto era considerato di nicchia e quindi in molti non lo frequentavano. Quest’anno abbiamo deciso di affittare una location molto accogliente, in grado di ospitare tutti, ragazzini e adulti, per proporre dei concerti di qualità, cercando di vedere la reazione del pubblico. Sarebbe stato molto facile mettere due cover band e due dj, ma non è il tipo di percorso che abbiamo in mente.

Ci sono stati bei concerti, penso ai Rue Royale, ai Black Eyed Dog e a Gianluca De Rubertis. Qual è stata la risposta del pubblico? Forse è solo una mia impressione ma ho notato poca curiosità da parte delle persone del territorio.
C’è chi ha passione e si muove anche solo per curiosità, sempre alla ricerca di cose nuove. E poi c’è la massa che difficilmente si muove, che è disinteressata alla proposta musicale. Nel programma ci sono molti nomi che non vedevo l’ora di portare nella mia città. La gioia di montare l’impianto, di passare la giornata con loro, in attesa del concerto, a volte si scontra con il dispiacere che si prova nel vedere che durante il concerto, oltre a chi ascolta con attenzione sotto il palco, c’è la massa che continua a farsi i fatti suoi, disinteressata. E ti dispiace, perché un po’ ti senti in difetto nei confronti degli artisti che hai invitato. Ma sono convinto che la gente possa cambiare questo atteggiamento.

Il Santeria tornerà anche il prossimo anno?
La speranza è che questa possa essere una prima edizione. Non so cosa succederà il prossimo anno, ma l’idea è di continuare, magari con degli accorgimenti. Invece di organizzare sei concerti a settimana, potremmo farne solo tre con nomi più importanti. Questi sono comunque tutti conti che faremo a ottobre, quando avremo modo di capire come sono andate le cose.

Per chiudere, stai lavorando a un nuovo album?
Ho già scritto una quindicina di canzoni e a metà settembre inizierò a lavorarci sopra. Sarà un disco diverso dai precedenti, nel quale cercherò di essere più snello, per riuscire a portarlo in giro mantenendo un suono concreto e reale.

Sabato 17 e domenica 18 agosto si svolgerà il Summerelse Festival. Gli spettacoli inizieranno alle 16 e continueranno fino a notte fonda con i Dj Set di Nessunconfine, Paolo Mei e Davide Patania; sono previsti tre concerti al giorno. Sabato si inizia alle 18 con Honeybird & The Birdies, per continuare alle 20 con Toti Poeta e chiudere alle 22 con i Perturbazione. Domenica invece alle 18 ci sono i Granturismo, alle 20 i Giuradei e alle 22 Dimartino. Tutti e sei i protagonisti saranno intervistati da Shiver. Per ulteriori informazioni sul Festival, visitate il sito.

(Pubblicata in versione ridotta su Shiver)

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