Intervista a Honeybird & The Birdies

Il SummerElse Festival è stato inaugurato dal concerto insolito e colorato di Honeybird & The Birdies, la band composta da Monique (nata a Los Angeles), Paola (nata a Catania) e Federico (nato a Torino). Li abbiamo incontrati prima della loro esibizione per capire meglio com’è nata questa avventura e per parlare della situazione musicale in Italia; una piacevole intervista a quattro voci.

Le foto del concerto sono di Michela D’Amico.

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La band nasce nel 2007 e nella formazione originaria il bassista era Gino Guain di Anzio, poi sostituito da Federico. Venivate da tre realtà molto diverse, com’è avvenuto l’incontro?
M. Io e Paola ci siamo conosciute a una festa. Avevo preparato un pezzo per il festeggiato e abbiamo improvvisato una jam session, scoprendo un’ottima intesa. È dal 2002 che avevo in mente questo progetto così, vista l’armonia che si era instaurata, l’ho invitata a casa mia per farle ascoltare dei brani che avevo composto, in modo da capire se poteva essere interessata.
P. Confermo. Le nostre erano e sono delle realtà molto diverse. Monique aveva voglia di mettere in piedi una band e non il solito progetto solista. È iniziata così.

Poi Gino è uscito dal gruppo e avete conosciuto Federico, giusto?
M. Gino andava molto bene ma, mentre noi avevamo sempre più opportunità, lui era alquanto restio dal muoversi.
P. Infatti l’evento scatenante è stato il primo piccolo tour all’estero. Abbiamo avuto questa proposta e lui non era molto propenso ad andare all’estero. È stato in questo momento che ci siamo confrontati tutti e tre e abbiamo iniziato a guardarci intorno.
M. Così abbiamo cercato un altro bassista, perché non volevamo disdire il tour. Abbiamo provato con varie persone e Federico è stato quello più disponibile, più entusiasta e interessato a fare un’esperienza nuova. Alla fine di queste cinque date abbiamo scoperto che c’era un’intesa non solo dal punto di vista musicale ma anche da quello umano. Così abbiamo continuato a sviluppare il progetto tutti e tre insieme.

Qual è il segreto del vostro sound, cosa vi permette di avere una voce tutta vostra?
M. Forse il segreto di questa band è di continuare a seguire quello che si sente dentro, senza mai tradirlo, senza mai farsi condizionare dall’esterno.

Siete un gruppo molto coreografico e abbastanza insolito nel panorama musicale; cantate in inglese, in tedesco, in dialetto catanese, suonando principalmente charango, batteria e basso. Qual è la genesi dei vostri brani?
M. All’inizio del progetto, parlo del 2007, le canzoni erano solo mie; poi, ho iniziato a lavorare insieme a Paola. Adesso collaboriamo tutti e tre, ognuno ha un ruolo nella composizione, negli arrangiamenti e anche nelle coreografie che portiamo sul palco. Questo riguarda anche la scelta degli strumenti; ognuno propone la sua idea e poi insieme decidiamo cos’è più funzionale. Nel nuovo disco i brani sono stati scritti da tutti e tre; io mi occupo dei testi, ma per il resto siamo in tre a creare le canzoni, cercando di trovare quel suono nuovo capace di far conciliare tre realtà diverse, che derivano da ascolti diversi, da personalità diverse.

A fine 2012 avete pubblicato con Trovarobato “You Should Reproduce”, prodotto da Enrico Gabrielli e mixato da Tommaso Colliva. Per realizzarlo avete raccolto oltre $ 7000 con il crowdfunding. Ci avete creduto fin dall’inizio?
F. È una cosa in cui speravamo di poter credere (ridono). Non eravamo molto sicuri di riuscirci anche perché, fino a quel momento, il crowdfunding in Italia non l’aveva fatto nessuno e, soprattutto, nessuno aveva richiesto una cifra come la nostra. Non era scontato riuscirci, ma ci abbiamo creduto lo stesso. In quel periodo abbiamo lavorato tanto. Per noi era diventato una sorta di Tamagotchi, da seguire quotidianamente; è stata una bella esperienza, anche perché realizzare il disco grazie al contributo di altre persone ti fa capire che non sei solo. Abbiamo trovato centocinquanta persone che, come noi, credevano in questo progetto, erano entusiaste e avevano talmente voglia di ascoltare l’album da essere disposti a diventarne i produttori, spesso in cambio di premi simbolici. È stata una bella sensazione.
M. Quando abbiamo deciso di procedere con il crowdfunding sapevamo già dove registrare il disco e con chi; pianificare tutte le spese da affrontare forse ci ha anche aiutato. Credo, inoltre, che l’aggiunta di Enrico sia stata fondamentale; probabilmente qualche persona ha contribuito proprio perché ha letto il suo nome e si è fidato. Noi, comunque, speravamo di lavorare lo stesso con Enrico; era già venuto a Roma nella nostra sala prove e, seppur in maniera superficiale, avevamo arrangiato insieme alcuni brani. Lui aveva espresso la voglia di collaborare e, con o senza i soldi, in qualche modo ci saremmo riusciti.

Ma l’idea di Gabrielli, quando è venuta?
M. In realtà due anni fa. Parlando tra di noi ci siamo detti “ma perché non chiediamo a Enrico di produrci?”, anche se a dire il vero non avevamo mai collaborato con lui. Gli abbiamo scritto subito un sms, anche perché non avevamo niente da perdere. Il giorno dopo ci ha risposto in modo positivo e a quel punto mancavano solo i soldi per riuscire a realizzare il disco.

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Mettere su disco la vostra energia e la vostra coreografia è una cosa molto difficile. Siete contenti del lavoro che avetesvolto con Enrico Gabrielli?
M. Moltissimo. La collaborazione è stata per noi una crescita umana e musicale. Enrico è un ottimo musicista e un ottimo arrangiatore; per lui questo è stato il primo lavoro nelle vesti di produttore. All’inizio diceva di non avere la minima idea di cosa fare ma poi, mano a mano che andavamo avanti, iniziava a prendere appunti, in modo originale. Per noi è stato un connubio stupendo.
P. Enrico è riuscito a capire le nostre personalità sia a livello musicale sia, soprattutto, a livello umano. È riuscito a dare il suo contributo e la sua impronta senza mai snaturare né le nostre personalità né quella del gruppo.

Ne parlavamo anche prima; avete suonato sia in Italia sia all’estero. Avete trovato qualche differenza tra fare musica dentro e fuori dai nostri confini?
M. Ho notato che all’estero i governi apprezzano molto di più la musica originale, mettono a disposizione possibilità e spazi che in Italia mancano. Qui c’è una debolezza imbarazzante e non si mi sorprende che tanti giovani vadano via. Ci sono anche tante cose belle, ovvio, ma si tende a non valorizzare né i gruppi nuovi, né le nuove idee. Se c’è una scena presente in Italia è solo grazie alle persone che vanno a sentire e sostenere la musica. Purtroppo questa situazione di continua precarietà fa sciogliere molte band.
F: Pensa che nei Festival internazionali in cui siamo stati, spesso abbiamo incontrato dei gruppi provenienti dal Belgio o dalla Germania che avevano ricevuto un contributo dal proprio paese per realizzare questi tour. Non per fare polemica, ma una cosa del genere in Italia è del tutto impensabile.

In effetti, in Italia ci si lamenta da molto tempo che non ci sono fondi per la musica e per l’arte in genere.
M. Sì, ed è una cosa che pesa su tutti e rende complicato far circolare la buona musica in modo sano. Ci sono paesi in cui i media danno molta importanza a musicisti come Beyoncè e la gente si accontenta di quello; ma sono convinta che la gente voglia conoscere della musica diversa, più stimolante.
F. C’è anche da dire che gli italiani, come indole, sono più legati alle tradizioni e a ciò che conoscono. Per fare un esempio, negli Stati Uniti anche un artista come Justin Timberlake realizza dei dischi sicuramente più sperimentali di quelli che circolano tra i nomi noti del pop italiano.

Forse non si crede abbastanza nella musica come innovazione; tanto è vero che quest’anno sono stati annullati molti Festival.
M. Proprio ieri abbiamo incontrato gli organizzatori del Sicily Music Village. Raccontavano che il Sindaco, per concedere i permessi, ha posto delle limitazioni incompatibili con l’evento e così hanno dovuto annullare un Festival di assoluto livello (qui il comunicato), provocando un danno enorme per tutti, per la società, per il turismo e per l’economia che continua a soffocare.
F. Pensa, ci hanno raccontato della scelta abbastanza curiosa presa dal Sindaco: siccome l’opinione pubblica pensava che questo festival avrebbe portato persone in grado di turbare l’equilibrio del paese, per non rovinare la sua immagine ha preferito rinunciare al Festival. Così facendo ha rinunciato anche a un indotto di circa trentamila persone che sarebbero arrivate da ogni parte d’Europa, evitando incassi per albergatori e attività commerciali. Questo fa molto pensare alla scala di priorità che uno dà alle cose.

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Negli ultimi anni avete diviso il palco con Paolo Benvegnù, coi Calibro 35 e Frankie Hi-Nrg Mc e poi avete suonato al concerto del Primo Maggio; è cambiato qualcosa attorno a voi?
P. Anche se l’esibizione è durata solo pochi minuti, la tv è stata molto importante e ci ha portato davanti a un pubblico leggermente diverso da quello che solitamente viene ai nostri concerti. L’abbiamo vissuta come una crescita.
M. È stata una bella soddisfazione; pensa che mia madre è riuscita a vederci da Los Angeles. Ci piacerebbe riuscire a ripetere questa esperienza anche il prossimo anno. Bisogna lavorare tantissimo ma ne vale la pena.

Diversi gli stili, dal funk alla dance, e diversi gli argomenti, sia scanzonati sia seri; si parla di genocidi, di spiagge californiane e di paesaggi. Qual è il messaggio che volete comunicare con la vostra musica?
M. Positività verso l’universo. Essere negativi, soprattutto oggi giorno, è molto facile e inutile. Con i miei testi racconto le esperienze che vivo, i sentimenti che provo, e cerco di lottare contro le discriminazioni. In Francia ho letto un articolo sul genocidio che mi ha molto toccato; dopo aver fatto qualche ricerca ho scritto il testo di “Perejil”, nel quale racconto una storia che fa riflettere. Cerco sempre un legame con la natura, legame che la città spesso ci toglie. Per comunicare il nostro messaggio non ci poniamo alcun limite; possiamo anche usare delle parolacce e delle lingue diverse. Penso sia importante dire tutto quello che si pensa, senza avere limiti. Il nostro obiettivo è quello di comunicare, di commuovere, di smuovere e di creare stimoli.

State già scrivendo le canzoni per il nuovo album?
Sì, stiamo già lavorando su nuove canzoni. C’è un “quaderno” che piano piano sta iniziando a prendere forma. Ci sono molti disegni, qualche pittura, della sabbia, tanta sabbia, tante lingue, il charango e la chitarra. Abbiamo già iniziato in sala prove a suonare qualcosa e può essere che nel prossimo disco decideremo di chiamare qualche ospite. Ma ora è ancora presto; ci penseremo una volta finito il tour. 

(Pubblicata su Shiver)

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