Intervista a Carlo Barbagallo

Shiver ha sempre seguito con particolare interesse le uscite soliste di Carlo Barbagallo, da  Live at Yoko Ono a Blue Record. Approfittando del periodo estivo, e dell’ipotetico periodo di quiete, abbiamo deciso di contattarlo per un’intervista. Scoprendo che di tempo libero, tra un progetto e l’altro, Barbagallo ne ha davvero poco…

Fotografie di Lucia Urgese


Blue Record è il primo disco solista che realizzi quasi per intero in uno studio di registrazione e non in casa; com’è stata quest’esperienza?
Lo studio in cui ha preso vita il disco è il tipo di studio di registrazione in cui da tempo speravo di poter produrre la mia musica; quando mi si è presentata l’occasione non me la sono lasciata scappare!

Il titolo del disco richiama proprio il nome dello studio dove sono stati prodotti i brani. Come mai questa scelta?
Il disco si è sviluppato proprio lì nell’arco di un bel po’ di mesi ed è come se fosse diventata la mia seconda casa.

Ci sono molte collaborazioni: da Matteo Romano (Io Monade Stanca) a Francesco Alloa (La Moncada), da Lucia Urgese (Les Dix-Huit Secondes) a Manuel Volpe; come nascono?
Quasi tutte queste collaborazioni sono nate nell’atmosfera spontanea di incontro e confronto che si respira al Blue Record. Atmosfera che ha dato il via anche al progetto In The Kennel.

La cover di una canzone di Neil Young (“For the turnstiles”) è un omaggio perché rientra tra gli ascolti che ti hanno formato o è una scelta del tutto casuale?
“On the Beach” è stato sicuramente uno dei dischi più importanti nella mia formazione musicale e “For The Turnstiles” è, da almeno tre anni, una delle poche cover che eseguo dal vivo. La prima “take” della versione registrata al Blue Record è uscita così, strimpellando e cantando insieme a Manuel Volpe in sala ripresa.

Quali sono gli ascolti che ti hanno formato?
Sono cresciuto in una famiglia di musicisti e forsennati ascoltatori di qualsiasi tipo di musica che mi hanno trasmesso questo meraviglioso interesse.

Il disco è stampato in tiratura limitata. Pensi che il futuro sia questo, dischi a tiratura limitata?
Le copie del disco sono state realizzate a mano in tiratura limitata perchè attualmente non ci sono i presupposti economici per poter fare altrimenti e forse sarebbe stato inutile stamparne di più. Il supporto fisico ormai è in uso solo da una cerchia ristretta di persone e nemmeno una miliardesima parte di questa verrebbe a conoscenza del mio disco dato che non è supportato da un investimento promozionale consistente. Inoltre io sono il primo attualmente a non comprare dischi da anni per quanto adori il vinile (e le cassette) e ascolti musica quasi 24 ore su 24. Evidentemente questo non è il periodo storico del supporto e sicuramente la musica registrata in sé non ne ha più bisogno. È naturale che il lascito delle restrizioni formali legate alle caratteristiche dei supporti rimanga, e secondo me rimarrà a lungo, dato che ha accompagnato lo sviluppo della musica da più di un secolo. Facciamo e ascoltiamo ancora “dischi” di una certa durata (con una copertina quadrata, etc.), anche se “oggetti rotondi che suonano” non ne possediamo più. Per quanto mi riguarda è il suono dei diversi tipi di supporto che riveste un’importanza estetica e concettuale importante; non nella sua veste finale, destinata alla diffusione, quanto nel processo creativo.

E dell’abbinamento cd e rivista musicale nelle edicole, cosa ne pensi?
Ho spesso pensato che la formula dell’abbonamento a una serie di uscite periodiche di un’artista (vedi Karl Blau) o un’etichetta o un collettivo di musicisti possa essere una strada interessante da percorrere per la musica DIY (l’unica che credo abbia senso di esistere oggi); è esattamente quello che mi piacerebbe fare in futuro con i lavori che pubblico sul blog The Noja Recordings Archives. Ma l’edicola credo che sia un luogo che apparterrà sempre più al passato quindi punterei, per quanto riguarda l’evolversi della diffusione di musica di qualità, più sul web e sulle iniziative del singoli artisti.

I quasi tredici minuti di “Rats & Mosquitoes” sono uno spartiacque tra quello che c’è prima e quello che c’è dopo o è solo un caso?
I brani nell’album sono presentati nell’ordine cronologico in cui sono stati registrati, quindi direi che è un caso ma che in qualche modo potrebbe essere un momento, come dire, di passaggio da una produzione esclusivamente in studio a un ritorno ad una produzione più casalinga.

Il disco è un lavoro molto strumentale, comunque immediato. Si incontra il blues, il country e la psichedelia. Lasperimentazione, come negli altri tuoi lavori, ha un aspetto molto importante.
Sperimentare per me è essenziale. Dovrebbe essere insito nel fare, altrimenti ci si adagerebbe esclusivamente su ciò che ci è noto. Che non significa dover per forza ricercare un approdo a qualcosa di nuovo ma semplicemente vagare con un’idea nel caos e meravigliarsi di cosa viene fuori.

Sei stato protagonista di diversi progetti, come i Suzanne’s Silver, La Moncada e Albanopower. Cosa ti ha portato a Barbagallo?
Potrei raccontarti le circostanze che mi hanno portato a collaborare con le persone con cui condivido i progetti che citi, sicuramente non nel ruolo da protagonista; ma Barbagallo è il mio cognome, sono io che registro da quando sono bambino tutto quello che mi passa per la testa.

Musicista, produttore, ingegnere del suono; in quale veste ti senti più realizzato?
Adoro tutti gli aspetti di quello che faccio. Tento di non tenerli distinti ma integrarli.

Per quanto riguarda il progetto In The Kennel, è già pronto un Volume 3?
In The Kennel è attualmente in stand-by ma ci sono diverse idee interessanti in mente per il terzo volume.

Altri progetti in cantiere?
In cantiere per i prossimi mesi ci sono così tanti progetti che ancora non so come organizzarmi! In questi giorni si sta ultimando il nuovo disco de La Moncada, sto missando il nuovo disco solista di De Marion, con CoMET stiamo preparando uno spettacolo di teatro musicale multimediale, ad Ottobre presenterò un mio brano acusmatico al Festival di Musica Contemporanea de La Biennale di Venezia e dall’inverno forse tornerò a fare concerti accompagnato da una band. Ci sono anche un paio di volumi dei “quaderni d’improvvisazione” dei Les Dix-Huit Secondes in attesa di uscire oltre a svariati lavori per The Noja Recordings Archives. E così via… L’idea di un disco tributo collettivo ad un grande artista americano da poco scomparso, un brano per Disklavier, ricominciare a giocare al The Game, etc… Sarà dura!

(Pubblicata su Shiver)

 

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