Intervista ai Perturbazione

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Il concerto di punta della prima giornata del SummerElse Festival, dopo le esibizioni di Honeybird & The Birdiese di Toti Poeta, è stato quello dei Perturbazione. Prima del soundcheck pomeridiano abbiamo incontrato Gigi Giancursi e Tommaso Cerasuolo in una piscina per bambini. Ecco quello che ci hanno detto in una lunga (e fresca) chiacchierata.

Le foto sono di Michela D’Amico.

Dopo il trasloco da Santeria a Emi, avete rifatto gli scatoloni per tornare indietro. Cosa non ha funzionato con la major?
Gigi: Si pensa sempre che firmare il contratto con una major sia un’evoluzione, in realtà il discorso è molto più complesso, tanto è vero che il cambio non ha funzionato né con noi né con altri artisti. Certo, arrivare alla Emi in un momento di mercato in cui la crisi era sempre più presente non ci ha aiutato. Ogni disco è un nuovo progetto e se la major non ha più la possibilità di fare grossi investimenti sulla musica, cade anche il motivo per cui si firma un contratto con loro. All’inizio tornare indietro è stata una delusione; ma quando ti accorgi che non hai più nulla da perdere riesci a realizzare le cose migliori.

Ero certo che il nuovo disco l’avreste prodotto per conto vostro; cosa vi ha riportato alla Mescal? Vi hanno coperto di soldi?
G. (ridono) Volevamo realizzare un disco nuovo e cercavamo una via di mezzo tra una major e un’etichetta indipendente, in grado di accollarsi le spese prendendo, giustamente, i ricavi. A noi interessa fare musica e non far quadrare i bilanci; preferiamo che a questo ci pensino altre persone.
Tommaso: Preferiamo dedicare più tempo a scrivere le canzoni e suonare, perché questo è il nostro obiettivo. Invece di fare tutto da soli, preferiamo circondarci di persone che credono in noi e che con noi lavorano volentieri. Alla Emi il problema era proprio questo; non c’era intesa con alcune persone.

Non vi dà fastidio essere ancora considerati “indipendenti”?
G. Sì, più che altro perché è una logica divisoria che non serve a nulla; alla fine la musica è una sola.
T. Forse aveva senso agli inizi degli anni novanta. Oggi la cosa migliore sarebbe una cooperazione tra le major e il mondo degli indipendenti, che continua a concepirsi come un mondo a parte, più giusto. Si vive un tempo di crisi e sarebbe ora di mettere in discussione tutte le nostre gabbie ideologiche.

Quando ho saputo che il produttore era Max Casacci (Subsonica) ho pensato che avrebbe stravolto il suono cui siamo abituati; poi, invece, ho letto che ha fatto il lavoro contrario. Eravate riusciti a realizzare un disco molto più elettronico; cosa vi ha spinto fino a quel punto?
T. Essendo in sei, spesso lavoriamo in squadre diverse, trovando sempre stimoli diversi. Cristiano si stava appassionando all’elettronica e ha portato la sua idea. Abbiamo rotto le nostre gabbie, creando loop per le voci e il violoncello. Diciamo che abbiamo voluto realizzare un lavoro compatto.
G. Sentivamo anche l’esigenza di realizzare qualcosa di diverso da un disco come “Del nostro tempo rubato”, che sembrava quasi una sorta di catalogo.

Come mai due versioni di “Questa è Sparta”?
G. La prima versione c’entra poco con l’intero album. Così abbiamo deciso di realizzare una versione più serrata insieme a I Cani. In tour, visto che Cristiano era ammalato, abbiamo anche suonato l’album in versione acustica. Questo per dire che non siamo arrivati a una svolta elettronica; solo che, in questo momento, volevamo suonare un disco come questo.

In origine il disco si doveva chiamare L’appartenenza, poi è stato scelto Musica X, che già nel titolorappresenta quasiun’incognita. Come mai?
T. L’appartenenza era troppo serio, sembrava il titolo adatto per un vecchio disco. Questo è un album pop in cui l’appartenenza nella vita di coppia, nella società, nella cultura e nella politica è il filo conduttore dell’album. Abbiamo scelto “Musica X” perché, oltre a essere il titolo di un brano, era perfetto in quanto l’album tratta proprio di un’incognita, che alla fine è l’interpretazione che l’ascoltatore dà al disco.

 Di recente diverse band hanno affidato la distribuzione, almeno iniziale, dei nuovi lavori a riviste musicali; penso ai live di Bandabardò, dei Tre Allegri Ragazzi Morti e dei Marta sui Tubi. Il vostro è il primo disco di inediti; com’è andata?
G. È stato un esperimento e a settembre avremo i dati e sapremo se è andata bene. C’è di buono che uscire con Xl ci ha consentito di avere una distribuzione molto più capillare, arrivando in quasi tutte le edicole.
T. Non voglio fare il funerale al disco e non credo che sia tutta colpa del sistema, però bisogna ammettere che questa è l’epoca dei singoli; bisogna darsi da fare e non abbattersi, così abbiamo voluto provare una strada nuova.
G. Bisogna dire anche che a volte un gruppo si chiede se oggi ha ancora senso realizzare un disco. C’è gente che viene ai nostri concerti e non sa nemmeno se abbiamo fatto o meno un disco nuovo. Oggi il disco è un incidente nella carriera di un artista, mentre a noi piacerebbe tornasse a essere la cosa centrale. In molti scoprono Agosto solo oggi, a dimostrare come sia tutto relativo.

Le due collaborazioni con Luca Carboni (ne “I baci vietati”) ed Erica Mou (in “Ossexione”) sono del tutto inaspettate; come sono nate?
G. Di solito diamo una risposta standard, ma visto che siamo a bordo piscina ti diciamo le cose come stanno. Un po’ come è avvenuto con “Città viste dal basso”, volevamo unire l’alto e il basso realizzando delle collaborazioni improbabili.
T. Non è che ci siamo messi a tavolino per scrivere una canzone adatta a Luca Carboni. Abbiamo stilato una lista di vari artisti e Luca ed Erica sono stati i primi a mostrarsi entusiasti.
G. Ognuno di noi era legato a Carboni in maniera diversa; lui, nel mondo patinato degli anni ottanta, aveva una voce sua fuori dal coro e ha sempre fatto il suo lavoro con dignità e onestà. Ci piaceva soprattutto per questo.

Citando il vostro brano “Tutta la vita davanti”, quali sono le mezze bugie dei cantanti?
T. Per sintetizzare, potrei dirti che le mezze bugie dei cantanti diventano delle verità quando ci sono degli ascoltatori; ma a quel punto sono le verità di chi ascolta.
G. Ivano Fossati ha detto che, talvolta, il significato delle canzoni che scrive gli è parso chiaro suonandole in certi momenti e con determinati stati d’animo. Un cantante prende un’idea e quando la fa ascoltare agli altri non è più sua. Spesso, poi, il pubblico pensa che tu sei quello che stai cantando.

In passato avete registrato una vostra versione dell’album “La buona novella” di Fabrizio De André, insieme a Nada e Alessandro Raina; sarà mai pubblicato?
T. Lo spettacolo de “La buona novella” ci è stato commissionato a Varallo Sesia per i quarant’anni del disco; per noi è stato bellissimo risuonare tutto il disco, reinventarlo con i nostri suoni. Il problema è che, quando abbiamo finito le registrazioni, abbiamo scoperto che la Pfm aveva avuto la stessa idea, iniziando un tour proprio con “La buona novella”. Quindi abbiamo dovuto interrompere tutto. Forse uscirà più avanti.

I componenti dei Perturbazione spesso collaborano e/o producono altri musicisti; penso a Mezzafemmina, a Il Disordine delle Cose, a Luciano De Blasi e sui Generis. Cos’altro bolle in pentola?
G. Tutti noi abbiamo interessi diversi; c’è chi scrive, chi disegna come Tommaso, chi insegna e chi fa radio. Ma nonostante tutti gli impegni, troviamo sempre una cosa bella poter collaborare con altri artisti; arricchisce tutti. Mi piacerebbe che il nuovo lavoro di Orlando Manfredi (Duemanosinistra) riuscisse ad approdare presso un’etichetta; descrive in canzone il cammino di Santiago. E poi ci piacerebbe scrivere un programma radiofonico. Poi, Tommaso vorrebbe realizzare un musical; la prima volta che l’ha detto gli abbiamo riso in faccia, ma adesso iniziamo a pensare che sia una bella idea. Come direbbero I Cani, abbiamo un sacco di velleità. E quindi, chissà…

(Pubblicato su Shiver)

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