Intervista ai Granturismo

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Da Caulonia con Calypso

La seconda giornata del Summerelse Festival si è aperta con l’esibizione dei Granturismo di Claudio Cavallaro. Sotto un albero di fichi ci siamo ritrovati a parlare di parenti e di calypso, passando da “Cacciavite nel cuore” all’inno della Repubblica di Caulonia. Ecco il resoconto.

(le fotografie sono di Michela D’Amico)

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La prima volta che ho sentito parlare dei Granturismo è stato finendo di leggere il libro “Anima Latina” di Renzo Stefanel; so che è uno dei tuoi dischi preferiti.
Sì, forse è il mio disco italiano preferito ed è stato fondamentale per la nascita dei Granturismo. Durante le prime prove ho portato a tutti una copia del disco. In quell’album trovi la psichedelia, il tropicalismo, la musica sudamericana e il progressive che si mischiano e diventano altro. Non tutti lo sanno, ma Anima Latina è stato registrato due volte. La prima registrazione non piaceva a Battisti e così hanno cancellato quella versione, registrando sopra il nuovo disco. Così, non sapremo mai qual era la versione originale di quel disco. In America una cosa del genere non sarebbe mai successa.

Passando a “Caulonia Limbo Ya Ya”, dietro questo titolo c’è una storia abbastanza incredibile, che in qualche modo ti riguarda: ce ne vuoi parlare?
Mio padre ha un libro intitolato “Cavallaro e la Repubblica di Caulonia”; quando ero piccolo mi raccontava di questo avo che ha fondato una Repubblica di cinque giorni. Mi sono sempre ripromesso di leggerlo ma poi non l’ho mai fatto, fino a quando non abbiamo iniziato a lavorare ai brani di questo disco. In quei giorni Alfredo Nuti Del Portone (ex chitarrista dei Jang Senato, ndr) l’ha notato e ha pensato che sarebbe stato bello realizzare un inno per questa Repubblica. Per quanto riguarda il libro, alla fine l’ho letto ma non so cosa pensare. Pochi mesi fa sono anche stato a Caulonia e ho chiesto ai vecchietti del paese cosa pensassero di Pasquale Cavallaro; per alcuni è stato un eroe e per altri un personaggio ambiguo. Di sicuro ha avuto un gran coraggio nel guidare i contadini contro i fascisti. A me è piaciuto il suo gesto; realizzare una Repubblica in epoca monarchica è stato un gesto pazzo e folle, qualcosa di dadaista.

A Caulonia, tra l’altro, c’è il “Caulonia Tarantella Festival” dove si esibisce il guru della tarantella calabrese Mimmo Cavallaro; altra parentela?
(sorride) Sì, è il cugino di mio padre. Infatti non riuscivo a capire da dove venisse questa mia passione, visto che in casa non c’era nessuno che fosse appassionato di musica. Da piccolo provavo interesse solo per le canzoni in radio o per Discoring in tv; ricordo anche il primo video che ho visto, “Rock the Casbah” dei Clash. Poi, col tempo, ho scoperto che il cugino di mio padre è una specie di Alan Lomax italiano: per dieci anni è stato nelle campagne del Sud Italia a registrare i canti dei contadini novantenni che vivono nelle profonde campagne. Poi insieme a Eugenio Bennato ha fatto un lavoro filologico, ha suddiviso i vari canti e da lì è nato il suo progetto.

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Dal primo disco del 2007 (Granturismo) ad oggi il suono è cambiato, è diventato molto più asciutto. È una scelta precisa quella di restare con una formazione abbastanza inedita composta da due chitarre e una batteria?
In realtà è stata una necessità. Già all’inizio il progetto aveva una formazione instabile, nel senso che attorno a me ruotavano gli amici che chiamavo nei vari concerti. Poi c’è stato qualche problema; io non ero contento del suono dell’album “Il tempo di una danza”, era freddo per colpa del lavoro di produzione. Inoltre ci sono stati alcuni problemi burocratici con la vecchia agenzia e così siamo rimasti fermi un anno. È in quel periodo che è nato l’ep “Cacciavite nel cuore”, che rende bene l’umore del momento. Poi con Enrico Mao Bocchini (batterista, ndr) e Alfredo siamo entrati in studio, per fare un genere un po’ meticcio. Amo molto il suono del basso ma non averlo, in qualche modo, ci ha emancipato, aiutandoci a cambiare diversi generi anche nello stesso brano. Nel limite siamo riusciti a trovare il nostro segno. E poi sono un amante del power trio, da Jimi Hendrix ai Nirvana.

Il suono di Caulonia Limbo Ya Ya tocca diversi generi, tu lo definisci calypso-punk. Da cosa nasce?
Ho una forte passione per il calypso che ha contagiato anche gli altri. Amo molto anche il soul e il funky di quella zona meticcia che è New Orleans; in passato lì si è creato qualcosa di veramente unico, anche perché c’erano i francesi, i creoli, i tedeschi, gli italiani, i colombiani, i neri e i cantanti country. Se ascolti il disco “Gris Gris Gumbo Ya Ya” di Dr John, trovi un misto di blues e soul paludoso nel quale compare anche la melodia napoletana. Diciamo che anche noi, nel nostro piccolo, volevamo creare una terra di nessuno in cui mischiare fra loro i vari generi e ci siamo lasciati suggestionare. Alfredo si è buttato a capofitto e si è messo molto in gioco.

Quindi il calypso-punk è il futuro dei Granturismo?
No, non credo. In futuro mi piacerebbe realizzare qualcosa di più psichedelico e vicino al rock’n’roll. Abbiamo già iniziato a registrare dei brani, ma vorrei uscire dalla forma-canzone. Anche perché, in un paese che ha avuto Piero Ciampi, Fabrizio De André, Francesco De Gregori e Ivano Fossati, bisogna cercare delle strade nuove. Diciamo che mi piacerebbe colpire gli ascoltatori con diversi slogan. Vorrei che il disco nuovo fosse una grande festa, ma da un momento all’altro potremmo cambiare direzione.

Tornando al disco, sembra dividersi in due parti, un prima e un dopo l’inno di Caulonia. È nato forse in momenti diversi?
Diciamo che è stato diviso in questo modo anche perché mi piacerebbe realizzare il vinile, un po’ come avveniva negli anni sessanta, con un lato più duro rispetto all’altro.
Principalmente, però, è stata una scelta molto casuale. Avevo scritto molti brani e quando abbiamo registrato il disco c’è stata una seconda selezione; volevo fosse una polaroid del momento. Quindi ci siamo trovati con alcuni pezzi a tempo e altri più dilatati. Essendo un dj, fare la selezione è stata una cosa molto naturale.

In tutto, tra la registrazione e il missaggio, il disco è stato realizzato in una sola settimana. Devo dedurre che avevate già le idee chiare e non avete avuto ripensamenti?
Abbiamo provato in maniera molto intensa per un mese, anche grazie a una nevicata che ci ha lasciato chiusi in casa; non potevamo fare altro che suonare e così ci siamo sbattuti per realizzare al meglio il disco.

Per promuovere il disco hai realizzato undici video dove da una parte c’è l’immagine della copertina e dall’altra ci sono i Granturismo che se ne stanno immobili o quasi. Com’è nata l’idea?
(sorride) Molta gente fruisce di musica da YouTube e nei video delle varie canzoni, di solito, si trova sempre la copertina del disco fissa. Volevo dare un tocco un po’ più umano, volevo entrare in qualche modo nello schermo e schiacciare il tasto play per l’ascoltatore. Così ho pensato a delle cartoline, perché a Cesenatico ci sono un sacco di posti colorati; appena chiudono gli stabilimenti balneari sembra quasi di stare in Messico. Per dieci anni siamo stati abituati con i reality show ad osservare persone che stanno sedute su un divano o cucinano; anche se non succede niente, restiamo fermi a guardare la quotidianità. Nei video facciamo così anche noi; restiamo fermi nella quotidianità.

Anche se in un video c’è l’improvvisazione di un ballo in maschera.
(ride) È stata un’idea di Enrico. Aveva tre maschere e per l’inno ha voluto fare il gallo; così le altre due le abbiamo date alla fotografa e al regista del video.

I tuoi testi raccontano storie quotidiane, si sfiora l’argomento morte (“Non essere visti”), la provincia, l’amore (“Meraviglioso errore”). Nessun messaggio particolare, sembra che i testi siano per te un suono aggiunto.
È esatto. Lavoro prima sulla melodia e da lì trovo il suggerimento per le parole. È un po’ come il gioco della settimana enigmistica in cui si uniscono i puntini; ogni tanto ho dei puntini e devo trovare una storia in verticale nel pezzo. “Dubbi dubbi” è nata così; c’era la melodia in cui dicevo “du-bi du-bi da” e mi sono lasciato suggestionare.

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“Vieni a dormire con me”, invece?
Ha una storia particolare; una sera facevo un dj set in una discoteca. Vedo sempre un sacco di cocainomani e li trovo noiosi perché seguono gli stessi standard comportamentali. Mettevo i dischi e osservavo questo rituale di accoppiamento chimico tra questi due ragazzi. Lui che diceva “dai, vieni a dormire da me; no, non facciamo sesso e se ci scappa è l’amore che l’ha voluto”. Erano irrequieti e facevano avanti e indietro dal bagno. La sera stessa, quando sono rientrato a casa, ho preso la chitarra ed è nato questo pezzo che parla di loro. Alla fine è sempre una storia d’amore.

Suoni dal 2007 e fai il dj; oggi portare in giro la tua musica è più facile o più difficile?
Di sicuro è più facile mettere dischi, lo è sempre stato. Anche perché, dal punto di vista logistico, per una band coinvolgere le altre persone è più difficile. Anche se mi piace fare i dj set, ammetto comunque che mi coinvolgono molto di meno dal punto di vista emozionale.

Ritornando all’inizio della nostra discussione, farai mai una collaborazione con Mimmo Cavallaro?
(ride) Guarda, lui è una star, riesce a riempire per davvero le piazze! A me piacerebbe ma bisogna vedere se piacerebbe anche a lui…

(Pubblicato su Shiver)

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