Madaus: La macchina del tempo

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Succede davvero poche volte, durante (o dopo) l’ascolto, che un disco autoprodotto si riveli un lavoro ben confezionato, nella musica e nei testi; la sorpresa, inaspettata, arriva da La macchina del tempo, opera prima dei Madaus, quartetto volterrano che vede nel nome un chiaro riferimento al manicomio.
Forse è proprio per via delle loro esperienze da musicoterapeuti, da insegnanti di musica o da operatori del carcere o, forse, è solo per via della loro città, Volterra, dove convivono un ex-manicomio criminale, una casa di reclusione e l’Accademia della Musica. Fatto sta che il quartetto ha realizzato un concept album che mischia la tradizione dei cantautori italiani con la realtà che ruota attorno alle loro esperienze e che si basa sul tempo, su quello che allontana (“Ti porto via”), su quello che opprime (“Pre-Potente”), su quello che passa (“La macchina del tempo”), su quello che imprigiona (“Il profumo della notte”) o su quello spensierato (“Temp0”). La scintilla che ha fatto partire l’intero progetto e che ha ispirato la canzone che dà il titolo al disco, è nei graffiti di NOF4 (al secolo Oreste Fernando Nannetti), ex paziente del manicomio criminale della loro città: da lì in poi, sono le canzoni a parlare, tra erotismo (“Invitango”), fragilità (“Pre-potente”), senso di inadeguatezza (“Io non so”) e simulazione di strumenti a fiato (“Temp0”). Sin dalle prime note di “100 cani” risalta la particolare intesa artistica creatasi negli anni tra Aurora Pacchi (voce) e Antonella Gualandri (pianoforte), in passato già vincitrici di un Premio Ciampi con il progetto in duo Voc&Piano. Insieme, grazie anche all’aiuto di David Dainelli (basso) e dell’ormai ex Marzio Del Testa (batteria, attualmente sostituito da Gianni Apicella), dimostrano la capacità di comporre canzoni che attraversano in modo trasversale il pop e il jazz, con molta naturalezza. Chiude il disco un brano strumentale, “Ombre cinesi”, capace di diventare un piccolo loop dalle atmosfere inquiete.
L’utilizzo di strumenti insoliti come la batarra (una cinque corde realizzata con due corde da basso e tre da chitarra) o una pianola a ventola degli anni sessanta, o ancora quello a tratti singolare della voce, dimostra che – oltre ad avere dei buoni pezzi – serve anche del carattere, cosa che ai Madaus non difetta. Ora, non ci resta che aspettare che la macchina del tempo faccia il suo corso, nota dopo nota, portandoci lontano verso altre civiltà.

(Pubblicato su Shiver)

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