Santo Barbaro: Geografia di un corpo

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Chi, come me, aveva lasciato due anni fa i Santo Barbaro in mare aperto sulle loro Navi -in un progetto diventato duo elettronico e distanziatosi dal cantautorato essenziale del precedente “Lorna”- forse sarà rimasto sorpreso nell’apprendere dell’uscita di Geografia di un corpo. Le voci che volevano il progetto arenato in una darsena romagnola sono infatti state ricacciate in mare aperto proprio dal duo composto da Pieralberto Valli e Franco Naddei (di recente uscito con il progetto FrancoBeat) che, con una ciurma ampiamente allargata, ha unito i testi minimali e intimi del primo al sound elettr(on)ico del secondo.

Questo quarto disco della band ci riporta a un modo di fare musica d’altri tempi. Ci riporta a quando l’artista registrava i provini in casa (nella fattispecie con basso, voce e loop) e poi tutti si riunivano in una sala per giorni e giorni, registrando in presa diretta, in totale libertà, con continue improvvisazioni. È così che in quella sala si sono riunite nove personalità diverse (dieci, se si considera anche la partecipazione vocale di Giuseppe Righini nel brano finale), convivendo per quattro giorni (due di prove e due di registrazioni) per poter definire al meglio le undici canzoni dell’album.
È così che due chitarre (Valli e Michele Bertoni), due bassi (Francesco Tappi e Roberto Villa), due batterie (Michele Camorani e Matteo Teo Rosetti), due percussioni (Diego Sapignoli e Lucia Centolani) -oltre al synth di Naddei e al pianoforte di Valli- hanno ottenuto come risultato un post-punk che ha tra i propri riferimenti i Joy Divisione i Suicide, i Cccp e i Csi. Il lavoro in studio è stato raccolto in un documentario firmato da Christoph Brehme, che ha anticipato la stessa uscita del disco, la cui copertina è stata firmata da Yaroslav Vasilyev.
Diversi i riferimenti nei testi, dall’immaginario est-europeo dei pazzi in Cristo (un movimento cristiano ortodosso) al film “Isola – Ostrov” di Lungin, da “Trilogia di Valis” di Philip Dick a “La necessità di un’isola” di Houellebecq. I testi parlano di assenza (di tempo e di spazio) e anticipano il libro di Valli, di prossima uscita.
È, per usare parole dello stesso Valli, un disco che parla di corpo in antitesi alla prigionia della mente e di corpo come unico mezzo per arrivare a una altezza spirituale. E lo fa passando da un’isola a un bosco, da una collina a una metropoli, senza spiegare né come si è giunti da un luogo all’altro né in quale tempo. Insomma, un disco sul presente.
Ascoltare l’album, fin dalla prima canzone (“Lacrime di androide”), riporterà alla memoria le frasi ossessive di Giovanni Lindo Ferretti (come “Non ho mai amato e me ne guardo bene” da Lacrime di androide o “Non sono santo di mente, non sono santo per niente” da “Finché c’è vita”), pur mantenendone una propria identità ben distinta.

È un disco oscuro, ruvido ed elegante, con canzoni che esplodono sulla distanza e altre che sembrano ripetere un loop continuo (come “Pavlov”, ovviamente). È un disco che si perde nei giri di basso e nei riff di chitarra, a tratti ossessivo e a tratti melodico, un album che ipnotizza e abbraccia, in una sana ossessione poetica, la quiete e il sogno.

(Pubblicato su Shiver)

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