Luca Gemma: Blue Songs

Domani martedì 24 febbraio esce Blue Songs, il nuovo disco di Luca Gemma. L’ultima volta che Poetarum Silva l’ha incontrato, nel 2012, era da poco uscito l’album Supernaturale. Dopo aver ascoltato le nove canzoni del nuovo lavoro, incuriositi dalla scelta di incidere un disco in lingua inglese, gli abbiamo fatto qualche domanda.

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Rispetto a tre anni fa, mi sembra di capire, sono cambiate diverse cose. Vuoi farci un piccolo riassunto? I conti non tornano più! Per chi fa musica quaggiù! O almeno per me: Lu.

Come e perché nasce l’idea di un disco in inglese? Un disco, oggi, forse dura tre o quattro mesi. Per uno come me che fa musica di nicchia, in un Paese di nicchia del mondo, questo non è bello: dietro un disco c’è almeno un anno di lavoro e lui, poverino, nasce già moribondo. È una cosa da riserva indiana e non ci portano neanche il whisky per stordirci. Questo è il cambiamento in atto nella musica dell’era digitale: si vive alla grande da fruitori di musica, molto meno da musicisti. A questo punto, o passi il tempo a lamentarti o cerchi, nei limiti di quello che sai fare, di cambiare a tua volta, per cercare di allungargli la vita. Con Paolo Iafelice, produttore del disco, abbiamo scelto questa seconda via.

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Paolo Iafelice che è stato il produttore anche di Supernaturale. Sì. È stato lui a spronarmi a fare Blue Songs in inglese. Io parlo bene l’inglese e voglio avere le stesse identiche possibilità di un cantante o di una band olandese o tedesca che fa musica simile alla mia, e non guarda solo al suo piccolo giardino. Sono tutti più bravi di noi? Non credo; però sono più svegli oppure siamo noi ad essere legati a cose di cui non fotte più niente a nessuno in Italia. Allora è giusto provare ad allargare l’orizzonte e prendere anche il meglio delle opportunità che il digitale e il web ci offrono. Ampliare lo sguardo fa bene alla musica, soprattutto se non ci sono posizioni di rendita da difendere. L’idea di Blue Songs nasce da questo desiderio di essere più liberi. Ovviamente non sto smettendo di scrivere canzoni in italiano; posso fare tutte e due le cose.

Immagino, quindi, che sarà distribuito anche all’estero. Sì, anche se non è una cosa che si ottiene dall’oggi al domani. Con l’etichetta, Adesiva Discografica, abbiamo preso molti contatti con label europee e ce la faremo. A partire dalla Francia.

Cosa ti ha spinto a scegliere di tradurre determinati brani (penso a Sei felice, Sogno #1, Verresti a sopravvivere con me?) e non altri? Ho lavorato a lungo su una ventina di canzoni e poi ho scelto quelle che, tra melodia, ritmo, armonia e testi in inglese, si sono trasformate fino a sembrare nuove, diventando delle Blue Songs. Legate tra loro da parole in cui la perdita, la mancanza, il dolore si riscattano attraverso la trasformazione e il cambiamento. Attraverso la ricerca di momenti di purezza e di bellezza. È l’istinto di sopravvivenza.

E invece, come mai hai scelto proprio quelle tre cover? Wild Wood di Paul Weller è una mia “favourite thing” da sempre e aspettavo il momento giusto per inciderla. L’ho arrangiata in cento modi diversi prima di arrivare alla versione che c’è in Blue Songs. L’ho dovuta consumare prima di capirla per bene. Angel Face, con la musica di Ennio Morricone, l’ho scoperta nell’ottobre 2013 in Francia, suonando ad Almacinema, un festival del cinema mediterraneo, a Carros, dove volevo rendere omaggio a Giuliano Gemma, scomparso poco tempo prima. È un attore a cui sono affezionato e che mi è familiare; i suoi film li vedevo da ragazzino la domenica pomeriggio al cinema dell’oratorio. Angel Face è la title track di Una Pistola Per Ringo. Una canzone di genere, ma bellissima.

E poi c’è Domenico Modugno che, tra l’altro, ti accompagna fin dagli esordi, citato coi Rossomaltese (in Nudo) ma anche nel tuo esordio solista (Tu sì na cosa grande). Sì, Modugno è una mia passione che non muore mai; ancora adesso non conosco tutti i suoi pezzi, ma sono contento di poter provare ancora il piacere della scoperta. Stavolta ho scelto un brano in dialetto salentino, un suono che ho nell’orecchio da diverso tempo perché la mia compagna è di Lecce. La canzone, Lu Grillu e La Luna, è l’unico brano che non canto in inglese, perché anche in questo disco non voglio fare finta di essere qualcos’altro. Ho lavorato diversi mesi per arrivare a questa versione blues desertica. Sono molto lento!

All’album hanno collaborato anche Roberto Romano, Steve Piccolo e Ray Tarantino, con cui hai già avuto modo di lavorare in passato. Roberto era il sassofonista e polistrumentista dei Rossomaltese e in questi anni non ci siamo mai persi di vista. È un grande musicista e ogni volta che penso e scrivo delle linee melodiche per strumenti a fiato, penso a lui. Blue Songs suona proprio come volevamo anche grazie alla sua bravura e alla sua capacità di improvvisare. Steve e Ray, uno vive tra Milano e New York, l’altro in Texas, sono tra i musicisti più colti e intelligenti che io conosca. Oltre ad essere di madrelingua inglese. A loro ho chiesto la supervisione dei miei testi in inglese. E sono anche coautori di tre brani del disco.

Sembra che con Blue Songs tu abbia fatto un lavoro di sottrazione, togliendo colore per ottenere un suono più intimo e asciutto (oppure sono io che devo togliere il vino dai pasti?). No, il vino dai pasti non lo puoi togliere. Come scrive Erri De Luca: il vino finché dura il pasto. Sono anni che inseguo la sottrazione, ispirandomi alla regola “less is more” (e così cito anche Miles Davis e faccio il figo). Con questo disco Paolo e io ci siamo riusciti. In questo modo io canto meglio, perché c’è più spazio per la voce. Inoltre, se i pezzi funzionano, devono saper stare in piedi con il minimo indispensabile. Ma per me questo vuol dire aggiungere colore e non il contrario. Meno cose ci sono, meglio suona un disco. Su questo non ho dubbi.

Quasi 25 anni di carriera; qual è il bilancio? Le poche volte che riascolto i miei dischi o le canzoni scritte per altri, e lo faccio soprattutto per la curiosità dei miei figli, scopro di avere composto e cantato un po’ di cose belle e di questo sono contento, perché ciò che è fatto, resta. Come già detto, però, la verità è che avrei voluto e vorrei ottenere di più dal mio “lavoro”. Ma ogni volta che mi sento stanco, all’angolo come un pugile a un passo dall’abbandono, la musica mi resuscita e ricomincio con la stessa voglia che avevo agli inizi. Quindi, se faccio un bilancio tra il dare e l’avere, la musica ha certamente dato un centro alla mia vita.

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Di recente ho notato che diverse band attive negli anni novanta si sono riunite (magari cambiando formazione) anche solo per un tour o un disco (per fare due nomi recenti, Flor e Ustmamò); non avete mai avuto l’idea di riunire i Rossomaltese? Con Gino/Pacifico non ci vediamo quasi più. Quindi non se n’è mai parlato. Ma non so se mi andrebbe. Mi piace pensare a quello che non ho ancora fatto e piuttosto preferirei formare una nuova band e fare qualcosa di nuovo. Il passato è passato. E poi accostare due foto scattate a distanza di quindici anni non è detto che sia una bella trovata.

I prossimi live? Partiamo dalla Francia il 18 19 e 20 marzo e saranno anche i primi live di Blue Songs. Il 9 aprile a Milano e poi a seguire. Che risposta ti aspetti ora dal pubblico? Beh, qualcuno non sarà contento di non capire le parole ed è giusto che sia così. È un rischio calcolato. Ma il live è molto intenso e bello, secondo me. Quindi spero che la musica supplisca a questa “mancanza”. E poi ci sono comunque altri brani dei miei dischi precedenti che saranno ovviamente cantati in italiano.

(Pubblicato su Poetarum Silva)

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