Cesare Basile: Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più (recensione)

cesarebasile_2015

Probabilmente, quando era ancora bambino, anche al piccolo Cesare devono aver regalato una chitarra “giocattolo” con innestato l’arancio selvatico con la mollica, corde di lenza e chiavi di fatica, così come capita al personaggio di Araziu Stranu. Questa, insieme ai consigli di un nonno vissuto a cavallo delle due guerre (“imbastisci racconti se non vuoi un padrone / fatti rivolo, facciata e mare”), devono averlo spinto a diventare un artista e a scrivere questo brano che apre Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più, uscito Lunedì su cd (Urtovox con la distribuzione di Audioglobe) e atteso nel mese di aprile su vinile (La Fionda /Overdrive).

Il titolo, come ha dichiarato di recente, è “un invito a riprendersi le cose più importanti”. Un po’ come ha fatto lo stesso cantautore catanese decidendo di non tutelare questi undici brani tramite la Siae, riprendendosi il diritto di usarle (e di farle usare) come e quando si vuole, lasciandole libere con una sorta di “creative commons” (l’utilizzo è gratuito senza occasione di profitto mentre si dovrà discutere direttamente con lui l’utilizzo a fini commerciali). Una strada nuova che si unisce a quelle tracciate negli ultimi anni da Soundreef e da Patamu – alternative trasparenti e al passo coi tempi – e che ha portato alla nascita del progetto solidale La Fionda, un consorzio indipendente di artisti siciliani che, oltre a Basile, ha “prodotto” anche Simona Norato e il suo La fine del mondoTu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più contiene undici canzoni che alternano l’italiano e il siciliano. A qualcuno, i brani, faranno venire in mente una marcia di Vinicio Capossela, una domenica di Fabrizio De André e un albero di Andrea Chimenti ma si tratta di canzoni ispirate allo stesso Basile dal suo percorso (quasi) trentennale. Sono canzoni che raccontano la vita ruvida di chi vive ai margini, di chi – suo malgrado – resta nascosto; e così, questi personaggi (pupari, prostitute, ladri e travestiti) si intrecciano e provano a riprendersi l’amore (e la dignità della propria vita).
Accantonato definitivamente il rock solare dei primi dischi solisti (penso soprattutto a Stereoscope), Basile sembra aver trovato la sua giusta dimensione in una sorta di folk che ha poco a che fare con quello che circola nella penisola e che riscopre nel dialetto siciliano un suono significativo per i brani. Con queste sue canzoni sugli ultimi, mette in musica una sorta di neorealismo cinematografico da secondo dopoguerra, pieno di poesia e di storie da raccontare, come quella di “Franchina”, transessuale catanese (la canzone, scritta insieme a Dina Basso – poetessa già presente nell’album precedente-, compare nella colonna sonora di Gesù è morto per i peccati degli altri, diretto da Maria Arena). Ad accompagnarlo in questo percorso, artisti di tutto rispetto, a partire da I Caminanti che saranno in tour con lui al nord e al centro (e formato dai fiati di Enrico Gabrielli, dal violino di Rodrigo D’Erasmo, dal basso di Luca Recchia, dalla batteria di Massimo Ferrarotto e dal pianoforte di Manuel Agnelli, tutti presenti su disco), a Fabio Rondanini (batteria) o Simona Norato (tastiere) o, ancora, a i F.lli La Strada (in A muscatedda, su testo di Biagio Guerrera) o a Rita Oberti che canta “La vostra misera cambiale” (e che i meno giovani ricorderanno nei Lilith and the Sinnersaints).
Difficile dire quale sia la canzone più bella del disco perché sembra quasi di ascoltare un concept album, dove ogni brano si lega perfettamente a quello che lo precede, dove il suono e gli arrangiamenti sono curati nei minimi particolari e ruotano attorno alla poesia di una lotta quotidiana, invisibile agli occhi della maggioranza. Da “Tu prenditi l’amore che vuoi” (“la carrozza del senato / si trascina coi ruffiani / sulle lapidi lisciate / dal baciamoci le mani”) a “La vostra misera cambiale” (“sono colpevole mio malgrado / e non ho lingua per il futuro”) e ancora da “Ciuri” (“ogni governo che appesta questa terra / granello, granello di sabbia / ci scortica l’anima e semina rovina”) a “Libertà mi fa schifo se alleva miseria” (“è il silenzio in cui pregano / governi e banchieri / per profitto, dovere, / sortilegio e rapina”), Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più è un disco da imparare a memoria, da ascoltare cercando ogni volta un nuovo particolare, magari per indovinare i fiati di Gabrielli o la batteria di Rondanini o i cori in dialetto di Agnelli.

Basile, con questo disco, prende e ci regala tutto l’amore che ha per la musica, donandoci un lavoro come solo i grandi cantautori sono capaci di fare; il problema serio è che, ora, diventa difficile non chiederne più.

(Pubblicato su Shiver)

Nota a margine:
Poco più di un anno fa, il Presidente della Siae Gino Paoli, ora dimessosi, aveva attaccato il Teatro Valle Occupato perché colpevole di “evadere completamente le tasse”. In seguito a quella dichiarazione, il Club Tenco annullò l’evento Situazioni di contrabbando / Il Tenco incontra il Valle. Questo causò la scelta di Basile di non ritirare il Premio Tenco per il miglior album in dialetto* per evidenziare il conflitto fra chi vuole una cultura liberata e chi, invece, la cultura vuole amministrarla per mantenere privilegi**. Ecco, fa sorridere che solo poche settimane fa lo stesso Gino Paoli sia stato accusato di evasione fiscale. Lui, però, a differenza del Teatro Valle, le ha evase solo in parte.

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