La radio: libera o sotto controllo?

“Amo la radio perché arriva dalla gente
entra nelle case e ci parla direttamente
se una radio è libera, ma libera veramente
mi piace ancor di più perché libera la mente”

Nel 1976, in seguito alla liberalizzazione dell’etere, nacquero le “Radio libere“. Prima di quel momento, le radio erano solo quelle della Rai. Fu una rivoluzione, in tutti i sensi. Con le radio private si iniziò a usare la stereofonia, il pubblico ebbe modo di interagire con gli speaker e ogni zona venne coperta da un’emittente che si occupava del fermento musicale del posto. Si può rivivere la nascita di questo fenomeno attraverso film come Lavorare con lentezzaRadiofreccia di Ligabue e anche I cento passi (film famoso per aver affrontato il tema della mafia con la storia di Peppino Impastato). Ma la Radio di oggi è ancora una radio libera, come cantava Eugenio Finardi, e com’è stata subito dopo la sentenza della Corte Costituzionale?

Quanti di voi hanno mai sentito parlare di MUSIC CONTROL? Penso che, esclusi gli addetti ai lavori o chi ha bazzicato le radio dall’interno, siano davvero in pochissimi. Ma cos’è esattamente e cosa c’entra con le radio? Per spiegare al meglio, userò le parole di Gianni Togni, cantautore, che due anni fa ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno. Da allora, niente è cambiato.

“Non potendo le case discografiche e gli artisti controllare quante volte le loro canzoni venivano trasmesse sulle varie frequenze, da metà degli anni ’90, le etichette discografiche chiesero a una società di rilevazioni di inventare un metodo per monitorare le emittenti private più importanti. In questo caso, il metodo l’hanno copiato da quello che già esisteva in America, con pochissime differenze.

Nasceva così il Music Control, cioè il mezzo di rilevazione dei passaggi radiofonici (non stiamo a spiegare l’esatto meccanismo perché, oltre a essere troppo complesso è anche molto poco interessante). La sua funzione è di conoscere l’effettiva airplay di un brano sul territorio nazionale. Da qui si stilano una serie di classifiche dei brani più ascoltati, della permanenza di un artista nella hit e tutto il resto.

Secondo l’intento iniziale Music control doveva costituire uno strumento d’aiuto sia per i discografici che per le radio, le quali accettarono di essere monitorate perché avrebbero potuto conoscere esattamente la programmazione delle concorrenti e regolarsi di conseguenza.

Le cose purtroppo sono andate in una direzione imprevista: oggi Music control è diventato il mezzo per eccellenza a cui si fa riferimento per avere il polso del panorama musicale in Italia, sebbene il sistema offra un quadro completamente falsato della situazione.

Dovete pensare che anche l’amministratore delegato di una major ha un superiore a cui deve riferire del suo lavoro e di quello dei suoi dipendenti. Fingiamo di essere il capo della Emi Italia. Con un mercato in crisi come quello discografico, quindi con vendite quasi inesistenti, per far vedere al mio capo (la Emi International) che ho comunque lavorato bene, farò riferimento a Music control!

“Se il brano del mio artista passa su tutte le radio vuol dire che la promozione ha lavorato al meglio, e allora cosa posso farci io se poi vende pochissimo?”

Il fatto che Music control sia diventato l’unico mezzo a disposizione per giustificare il proprio lavoro all’estero, fa sì che le major esercitino una serie di pressioni sulle radio (del tipo: “se vuoi avere in anteprima il nuovo singolo di quel tale artista americano importante, devi suonare in radio anche questo”), limitandone la libertà di scelta e di selezione dei prodotti da una parte e dall’altra aumentandone molto il potere sul mercato (“se come radio ti sono così utile, allora devi fare un investimento sulle mie frequenze”).

Music control, inoltre, produce dei risultati che non corrispondono alla reale situazione, dando adito ad aspettative false perché, con questo sistema, si sale in classifica a seconda del numero di passaggi d’airplay. Le hit radio (come RDS per citarne una) suonano solo presunti successi decisi a tavolino, quindi pochissime canzoni (circa 40) molte volte al giorno. Il numero elevatissimo di passaggi di alcuni brani da parte delle hit-radio fa sì che siano presenti e rimangano in classifica canzoni inutili o obsolete a scapito delle novità, falsando assolutamente l’andamento del mercato, senza per altro nessuna utilità rispetto alle vendite reali (perché comprare un brano che si può sentire quando si vuole?).

L’aspetto del fenomeno è talmente rilevante che le analisi di mercato da parte di questo tipo di radio procedono in senso inverso: non si fanno più indagini di gradimento per sapere quali siano i brani preferiti dai propri ascoltatori, ma si cerca di capire quando un brano ha stancato. Le classifiche di Music Control, inoltre, condizionano fortemente anche le scelte di molte emittenti minori che, in questo modo, risultano prive di ogni originalità e, contraddicendo la loro base sociale di ascolto, diventano solo brutte copie dei network, quando invece la loro funzione principale dovrebbe essere quella di selezione e lancio di canzoni liberamente scelte.

Anche il mondo del manageriato viene condizionato dalle classifiche di Music Control: per i personaggi che hanno molta airplay, e che quindi risultano al top, vengono organizzati tour faraonici (che il più delle volte finiscono in bagni di sangue finanziari), mentre diventa sempre più difficile trovare spazi per chi offre proposte di effettiva qualità.

Il discorso fatto per l’impresariato vale anche per la promozione: la presenza di un artista in Music Control, oltre a garantire la diffusione praticamente totale di un prodotto nella radiofonia nazionale, condiziona notevolmente gli operatori degli altri media. Avendo questo strumento praticamente sostituito la classifica tradizionale di vendita, la televisione invita sempre gli stessi artisti che sono al vertice dell’airplay, i giornalisti parlano solamente dei soliti noti e così via.

Purtroppo, con questi assurdi meccanismi, si innescano tutta una serie di conseguenze basate su una bolla di sapone. Abbiamo ormai centinaia di esempi di artisti che hanno delle vendite discografiche bassissime a fronte di una diffusione radiofonica e una promozione imbarazzanti. Ma come si fa ad arrivare ad essere “suonati” dai network?

Ecco, qui parte la vera truffa. Infatti, affinché un nuovo brano venga programmato, bisogna fare un investimento di almeno sei spot pubblicitari quotidiani che possono arrivare a costare anche settantamila euro per quindici giorni (questo solo per una radio) e comunque spesso la folle spesa può non bastare (soprattutto per le etichette indipendenti che non hanno merce di scambio con dischi di artisti stranieri). I palinsesti musicali vengono fatti al 99% dai direttori artistici (i gusti degli speaker non contano oramai quasi più niente), che decidono autonomamente se il brano in questione sia o no adatto allo standard della emittente e quindi non mandarlo in onda (o programmarlo pochissimo, magari in orari di basso ascolto, tanto per accontentare chi ha speso in inutile pubblicità). Ovviamente il clientelismo e la corruzione diventano, come si può immaginare, altissimi e spessissimo vengono chiesti altri soldi sotto banco o parti di edizione Siae. Raramente può capitare che un direttore artistico decida di mandare in onda un brano gratuitamente, forse perché quell’artista gli è simpatico o l’addetto alla promozione è un suo caro amico e lo ha pregato per giorni in ginocchio, ma comunque quel bonario favore assomiglia fortemente a quello che ogni tanto fa ai suoi sudditi un boss o un padrino.

E secondo voi tutto questo meccanismo di ricatti, più o meno leciti, non sono gli stessi che usa la MAFIA? E perché i moltissimi che sanno non hanno il coraggio di denunciare pubblicamente tanti abusi? Noi continueremo a parlarne e a dire a tutti: “A casa, in macchina, in ufficio non ascoltate le radio dei network. Se vogliamo veramente cambiare qualche cosa, cominciamo da noi stessi, dalle nostre piccole azioni.”

(L’articolo completo, pubblicato da Gianni Togni nel suo blog, può essere consultato al seguente indirizzo.)

Una Risposta to “La radio: libera o sotto controllo?”

  1. Io è gia da tempo che non ascolto molti dei network radiofonici,perchè da tempo (e ciò che è scritto nell’articolo ne è la conferma),che le airplay radiofoniche,come le classifiche di vendita non rappresentano la realtà.Anche se non sono giovanissimo,so capire se un pezzo avrà successo o no,e molte volte arrivo prima delle radio,o le radio non ci arrivano propio.Purtroppo si sa che anche la musica è un business,e quindi deve far guadagnare,ma come le major hanno ridotto sia la musica che le radio,non sembra che porti questi enormi guadagni,ma solo a dei peggioramenti tipo:prezzi dei cd ancora troppo alti,prezzi dei concerti sempre più alti,abbruttimento della musica in generale,mancanza di novità.La musica è anche arte,e se la si considera solo un mezzo per fare soldi,andrà sempre peggio.Basta fare un confronto con la qualità e la quantità di artisti con la a maiuscola ci sono stati nelle varie decadi;al giorno d’oggi si contano sulle dita di una mano.Io,che una volta guardavo le classifiche per vedere dischi interessanti da comprare,non le guardo più.Ormai utilizzo Internet per informarmi,e poi se disponibile,comprare il disco;oppure cerco nel mio negozio di fiducia,dove la musica è ancora la protagonista principale.Penso che chi ama la musica non avrà bisogno del consiglio finale,perchè si rende conto da se che le radio non rappresenta la realtà.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: